Billy, questa sconosciuta (Aldo Grasso e il Tg1)
E’ una polemica interessante quella nata tra il critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso e il Tg1 di Augusto Minzolini.
Il 29 dicembre, infatti, Grasso dedica la sua quotidiana rubrica sul Corrierone, allo spazio del Tg1 dedicato ai libri. Questo rubrica, in onda la domenica, sotto la direzione Riotta si chiamava Benjamin, un omaggio al filosofo tedesco Walter Benjamin, della famosa scuola di Francoforte tra i primi pensatori ad interrogarsi sul presente da una prospettiva filosofica. Come sa bene ogni studente del Dams Benjamin è stato autore di un’opera fondamentale per ogni studio sulla comunicazione e la contemporaneità: “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” dove si esplora il senso “politico” dell’arte una volta che, con tecniche quali il cinema o la fotografia, l’opera ha perso “l’aura” che la caratterizzava la sua autenticità e unicità.
Sembrano riflessioni legnose, interessanti giusto per qualche dottorando in filosofia. In realtà, sono pilastri per chi, dagli schermi della televisione nazionale, si rivolge a milioni di telespettatori.
Ebbene, il nuovo corso di Minzolini a Saxa Rubra, nella sua furia sterminatrice non ha risparmiato il nome dello spazio dedicato ai libri: l’appuntamento viene confermata ma il nuovo nome è “Billy”. È così, arriva la riflessione nella quale Grasso si chiede il perchè di questo nuovo nome. Il critico si lancia in ipotesi sperticate: “Billy è il nome del cane di Minzolini e il richiamo avrebbe una vago senso spregiativo nei confronti della precedente rubrica” scrive. Oppure “Qualcuno avanza l’ipotesi che Billy sia Billy More, nota drag queen scomparsa nel 2005. Altri fanno i nomi di Billy Idol, cantante britannico, all’anagrafe William Michael Albert Broad”.
Naturalmente, il giorno stesso della pubblicazione del suo articolo, Grasso viene tempestato di telefonate, sms, mail, commenti sul forum che tiene sul Corriere: possibile che non hai capito, dicono, che è la libreria dell’Ikea? (ammetto che anch’io ero tentato di scrivergli). Il giorno dopo, allora, torna sull’argomento: “Certo, era la prima cosa che avevo pensato, ma mi era parsa troppo scontata, troppo banale. Così mi sono lasciato andare a supposizioni fantasiose, al puro divertissement”.
Ammessa l’ingenuità (anche se il suo più grosso errore è quello di sopravvalutare i suoi interlocutori nel Tg1) Grasso tira le sue conclusioni: “L’aspetto più interessante di questo cambio di nome è il corredo culturale che ne consegue. «Benjamin» si riferiva al contenuto (uno scrittore importante come simbolo di tutti gli scrittori importanti), «Billy» si riferisce al contenitore, allo scaffale, alla libreria. E infatti prima si parlava «seriamente» di libri, adesso si fanno solo segnalazioni, di gusto, per così dire, low cost. Una rivoluzione culturale di non poco conto”.
Ma, qua il colpo di scena: il Tg1 non ci sta. Manco dovesse nascondere le notizie sulle prostitute a palazzo Grazioli, nella successiva puntata di Billy, il conduttore Marco Frittella, quello dei famosi “pastoni” da Montecitorio, si lancia in un’intemerata contro il critico del Corriere: “Billy è uno scaffale conosciuto da tutti, non un filosofo noto solo a pochi, e sono scelte diverse. Su quello scaffale ognuno mette i libri che vuole. Noi che non siamo la fiera letteraria ma ci rivolgiamo a milioni di telespettatori, diamo qualche informazione utile, anche qualche valutazione. Consapevoli, caro critico, che la diffusione popolare della lettura è un fatto democratico, lo snobismo serve solo a qualche nascondimento solipsistico. Per noi la scelta della divulgazione è obbligatoria, e se poi a qualche parruccone non piace, pazienza”.
A questo punto Grasso risponde a Fritella da Corriere.tv: è sconsolato, e la butta sull’ironico (alquanto sbigottito però): “Non c’è il rischio di pubblicità occulta?” si chiede.
Per chi ha tempo da perdere (e se siete arrivati fino a qua l’avete di sicuro), vale la pena però tornare sulla riflessione riguardo al cambio di nome fatta da Grasso, e inquadrarla in una prospettiva giornalistica.
Un “chi ce l’ha più lungo culturale”, naturalmente, non interessa e non serve a nessuno. E però il Tg1, checchè voglia farcelo dimenticare ogni giorno, è ancora una testata giornalistica. Ora, si può dire quello che si vuole, si può citare “la diffusione popolare della lettura”, ma non si fa altro che sfuggire alla sola cosa che importa: compito dell’informazione dovrebbe essere quello di individuare le notizie che riguardano il pubblico, lo interessano, è proprio in rispetto del pulpito che è concesso (sia esso una diretta televisiva o un riquadro su un giornale), informare in modo preparato e chiaro.
Se una rubrica di libri è inserita in un contenitore giornalistico (ancor più del servizio pubblico) compito di quella rubrica dovrebbe essere quello di informare sui libri che vale la pena segnalare, rispetto al dibattito culturale ed editoriale in corso, rispetto alle idee che si muovo nella società. Per questo è convincente Grasso quanto dice che Benjamin era un nome adatto. Se si pensa, invece, che davvero un rubrica sia neanche una libreria, ma uno scaffale, sul quale può entrare tutto, dalle previsioni dell’oroscopo, alla marchetta per il collega, ecco che il nome più adatto è sicuramente quello del contenitore: Billy appunto.
Il Tg1, forse per l’eccessiva raffinatezza di questo ragionamento, ha risposto con parole forti: Minzolini, come sempre fa, si appella al solito luogo comune: “lo snobismo” dei colti (manca solo “di sinistra”) che non capiscono le masse; ovvero il “farsi le pippe” reso però in una delle espressioni (“nascondimento solipsistico”) più snob sentite negli ultimi dieci anni.
Eppure è politica e non giornalistica quest’idea che l’informazione “popolare” debba rifuggere da ogni tipo di cultura. È politica in quanto è il cavallo di Troia di una cultura stra-paesana che vuole appiattire ogni differenza, ogni complessità, eludendola nel pretesto della massa (non è il senso profondo del berlusconismo questo?). Ma il giornalismo è altro. Il buon giornalismo, soprattutto, è spiegare questioni complesse e sfumature ad un pubblico variegato e popolare. Al Tg1, forse, informare interessa poco. Ma non pensino che la gente è stupida: è chiaro a tutti, anche alla massa che tanto blandiscono, che il telegiornale della prima rete, al pari della libreria Ikea, non è una fonte autorevole di informazioni, ma solo un contenitore di notizie. E un contenitore, al massimo, può essere utile per fare propaganda.
Ps: Scusate per questo lungo nascondimento solipsistico.

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