10 anni fa, il 31 gennaio del 1999, a Internet ci si connetteva con il modem 56k, al governo c’era Massimo D’Alema, la borsa tirava preparando la nuova bolla della new economy, da poco le proteste di Seattle avevano mostrato un nuovo movimento sociale: i No Global. La preoccupazione più grande, anche se tutto sommato affascinante nella sua abbacinante novità, era il Millennium Bug: i vecchi computer – si diceva – sanno aggiornare solo le ultime due cifre della data alla quale fanno riferimento; schiatteranno quando il volgere di millennio darò loro quattro numeri freschi freschi, 2000, come input.
C’era eccitazione. Si salutava il novecento senza troppi rimpianti: due guerre mondiali, la cicatrice dell’Olocausto, il furore ideologico, la contrapposizione in blocchi, la follia nucleare, le dittature comuniste, i muri che dividevano popoli; in Italia gli Anni di Piombo, il partito socialista e la democrazia cristiana; la mafia, le bombe ai magistrati, la corruzione edemica. Nel 2000 c’era l’Europa, invece, ormai forte. Stava arrivando l’euro. La globalizzazione, concetto in embrione, veniva avvicinato proprio in quegli anni: il mondo è più piccolo, si dirà. E più accessibile: basterà allungare una mano per prendere tutto ciò che si vuole.
La realtà, bisogna dirlo, è stata altra: ha mandato in frantumi qualsiasi speranza degli italiani che un loro posto al mondo dovevano ancora trovarlo. Solo mazzate per chi sperava negli Anni Zero, per chi ci credeva che le cose potessero cambiare, se non addirittura migliorare. Gli Anni Zero, soprattutto, hanno ammazzato il futuro.
Si è cominciato nel luglio 2001, con il sangue riversato da furia di stato per le strade di Genova. Poi, nel mondo, la follia dell’undici settembre e la stretta propagandistica tracimante odio che si è allungata fino a noi. La guerra in Afghanistan e quella in Irak. Guantanamo, Abu Ghraib, i neo-cons e il loro revanscismo totalitarista. Le libertà fondamentali rimesse in discussione, la “Giustizia Infinita” che diventa programma di governo. E come dimenticare gli attentati alla stazione di Madrid e alla metropolitana di Londra?
In Italia. O mio Dio in Italia. In Italia, c’è da dirlo con il cuore che sanguina rabbia, non è cambiato nulla in dieci anni. Niente. Stessi i discorsi, la propaganda, i presentatori televisivi, i mezzobusti dei Tg, i direttori dei giornali sempre scelti per la loro dipendenza dal potere e il loro scodinzolismo. Stessi i politici e la loro incocludenza. Stessa identica la povertà, le disuguaglianze, l’inesistente mobilità sociale.
E poi, la precarietà. La precarietà si è mangiata due lustri di vita della generazione più tecnologica e preparata che questo paese ex-contadino abbia mai avuto. La precarietà di vita e di cittadinanza ha marginalizzato ogni alterità rispetto agli assetti del potere di stampo familista: “i figli di” e solo loro hanno occupato i pochissimi spazi disponibili. Le “fidanzate dei figli dei Presidenti della Repubblica” sono diventati parlamentari; le ballerine: ministre.
Gli Anni Zero sono stati gli anni della morte di ogni alternativa credibile ad una gestione padronale e proprietaria della cosa pubblica. È morta la sinistra, morta e sepolta. Il decennio, non a caso, si è chiuso con la più violenta e liberticida campagna di odio mai sferrata finora: l’aggressione di Berlusconi, quelle immagini tremende che ci porteremo dietro a lungo, sono diventate il simbolo di un potere che non ha remore nel mettere a regime la sua macchina mediatica per cercare di annientare ogni voce critica, ogni dissenso. La sinistra, a cospetto di cotanta violenza, come già abituato da anni, non ha voce, neanche balbettante.
In questo Golgota di vita e di prospettive, qualche lampadina, seppur dalla luce tenue, appena sbarluccicante, si è accesa in questi dieci anni. Non si può non ricordare la risposta democratica che il popolo ha saputo dare ad ogni provocazione. Come dimentica i cittadini di Genova che, affacciati alle finestre, buttavano generi di conforto ai manifestanti massacrati; gli stessi genovesi che spalancavano gli androni delle loro case per salvare chi era in fuga dai manganelli armati da furia ceca (“1 a 0 per noi” commenterà un agente appreso della morte di Carlo Giuliani).
Come dimenticare la manifestazione di Firenze, nel 2003, per il social forum, in un clima di tensione che da mesi veniva preparato dai latrati dei pit-bul di regime. Come dimenticare la grande manifestazione contro la guerra, quella contro l’articolo 18. E’ ancora da difendere come un bene prezioso, lo Yes We Can in salsa barese, l’afflato di cambiamento che ha accompagnato la vittoria, su tutta la linea, del comunista gentile Niki Vendola alle elezioni della – fino ad allora – retrogada Puglia. Come dimenticare il coraggio di Marco Travaglio, ospite di Daniele Luttazzi, nel rivelare ad un pubblico intorpidito i legami di Berlusconi con la mafia; la dignità di Enzo Biagi, figura amica per molti italiani, censurato dal regime. Come non riconoscersi nell’orgoglio di Michele Santoro: “Berlusconi non sono un suo dipendente!”. Sono ancora esempio le mobilitazioni dei girotondi e quelle, più recenti, del popolo viola.
Come dimenticare, e questo davvero è importante, il grande sviluppo di Internet. Questo strumento, questo sì, è l’unico dono che gli italiani meno incartapecoriti hanno ricevuto negli anni zero. Strumento che è forma che modella la sostanza: democrazia, partecipazione, condivisione, accesso, orizzontalità, cultura. Tutto ciò è Internet e con queste caratteristiche è forgiato ciò che su Internet nasce, si organizza, si sviluppa.
Ora entriamo nella seconda decade del millennio. Con in tasca delusione, amarezza, rassegnazione. Con le tasche piene di rabbia. Ma non si può che ripartire da quel poco che si ha.
Da delusione+amarezza+rassegnazione+rabbia+rabbia. Più Internet e legalità. Da qua ricominciare. Per uscire dalla solitudine. Per continuare la lotta contro l’immobilismo e l’ignoranza. La battaglia per il futuro contro i dinosauri di regime.
Buon anno a tutti.
Nelle tasche della signora Susanna Maiolo sono stati rinvenuti: un coltellino svizzero, una forma di formaggio coi buchi, i buchi mancanti al formaggio e tagliati col coltellino svizzero, una miniatura di un minareto ed una bandiera italiana con la croce svizzera.
Questa una delle tante cazzate sulla subitanea pagina Facebook di fan di Susanna Maiolo, la psicolabile che ha aggredito il papa. Più che incubatore di violenza, sembra un riuscito divertissmant. Si griderà anche questa volta al clima d’odio? Vespa dirà che la Maiolo era vicina “ad ambienti dei social network” come già fatto con Massimo Tartaglia? Feltri sparerà in prima pagina: “su Facebook gli amici di Bin Laden”? Stiamo a vedere: non ci si stupisce più di niente. Buon Natale.

Michele Emiliano, sindaco di Bari, è pronto a candidarsi in Puglia come governatore. E per non rischiarsi la poltrona di sindaco di Bari, conquistata neanche un anno fa, è pronto anche a far approvare dal consiglio regionale una legge ad personam.
Era amico di Niki Vendola, Emiliano: tutti e due erano simbolo di un ritrovato e originale slancio pugliese della sinistra: Niki, il poeta comunista che parla di futuro e di legalità come nessun politico riesce mai fare; ed Emiliano, l’ex magistrato post-ideologico, in contatto col popolo, interprete di un non scontato, e ragionevole, orgoglio meridionale espresso anche nella pratica amministrativa.
Vanno alla guerra i due adesso. Perché D’Alema e strateghi vari del Pd dicono che per vincere bisogna recuperare “i voti dei moderati”. Fare un accordo con l’Udc. È inutile ricordare come nel 2005 Vendola, forte del suo programma e della sua credibilità, sconfisse prima alle primarie il moderato della Margherita Francesco Boccia, e alle elezioni un “moderato” di centro-destra dal calibro di Raffaele Fitto.
Ora il Pd non vuole ricandidare Vendola. Perché non va genio a Casini. E perché, diciamolo, questi post-comunisti alla D’Alema non ci stanno proprio a lasciare alcuno spazio a chi non fa parte della loro cricca.
Vendola dice: facciamo le primarie, chi vince diventa il candidato unico del centro-sinistra. Il Partito democratico, nato con le primarie, non ci pensa nemmeno: schiera invece Emiliano. Ma per candidare Emiliano c’è anche un papocchio da fare. Perché Emiliano è diventato sindaco di Bari da meno di un anno e dovrebbe dimettersi per correre come candidato del centro-destra alla Regione. Ma lui vuole la leggina: vuole che il consiglio regionale approvi una norma ritagliata su di lui che gli permetta di candidarsi come governatore rimanendo sindaco di Bari. Parla di alcuni sondaggi, Emiliano, che lo danno vincitore con il 60% dei consensi. E pure chiede la leggina ad personam per non rischiare niente.
Lo scenario che si profila è chiaro. Vendola è screditato agli occhi dei pugliesi: la sua Primavera non vale niente per i cacicchi del Pd in cerca di poltrone.
Emiliano si scredita da solo: la sua ambizione è pari soltanto alla sua cecità politica che gli porta a rovinare un progetto importante, di cui lui stesso era stato massimo interprete.
Si candideranno tutti e due probabilmente. E perderanno entrambi.
Chi gode in tutto ciò? Il centro-destra naturalmente: riceve in cortese omaggio la Puglia. E si ritrova due figure importanti, anche in prospettiva nazionale, del centro-sinistra - Vendola e Emiliano - auto-azzoppate e marginalizzate probabilmente in maniera definitiva.
Questa certamente era la politica di cui il centro-sinistra aveva bisogno.
Applausi a scena aperte agli strateghi del Pd
PS: Anche Di Pietro ha remato contro Niki. E non se ne capisce il perchè (se non per il livello, che spesso si commenta da solo, delle sue classi dirigenti sui territori)
Quante chicche ci ha regalato quest’anno B. A ricordacele, in una galleria di immagini commentate, l’Huffington Post, il blog politico più seguito in America. Nella foto sotto: “Fa disegni di biancheria intima ad un vertice europeo e li fa vedere a tutti”.
(grazie a Mazzetta)
Anche la Bbc, evidentemente, alimenta il “clima d’odio”. Durante la trasmissione comica “Have I got news for you” gli autori presenti in studio hanno ironizzato, senza peli sulla lingua, sull’aggressione al premier in piazza del Duomo. “Ha stampato sulla fronte ‘Souvenir da MIlano’, 14 euro” la battuta, e partono delle immagini di statuine con Berlusconi ferito. La battuta più cattiva è per il finale: “Durante la sua degenza in ospedale, Berlusconi ha mostrato i suoi denti rotti e il suo labbro spaccato a vari medici. E in una situazione completamente differente, il suo pene a un’infermiera”. Il video sottotitolato è su YouTube: “La Bbc sull’aggressione a Berlusconi”.
(Il Fatto, 22 dicembre)
Domani, mercoledì, a Roma, sit-in Libera Rete in Libero Stato.

(img di Carlo Miccio)
Lo scorso marzo in Korea del Nord ci sono state le “elezioni”. A vincere lo spietato dittatore Kim Jong Il. Colpì il dato: vinse con il 100% dei voti. L’agenzia di stampa governativa Kcna (in Nord Korea ogni forma di comunicazione è controllata dal governo) scrisse che elettori avevano “riconfermato la loro incrollabile determinazione a salvaguardare devotamente il caro leader”.
Oggi il Giornale della famiglia Berlusconi pubblica un sondaggio sulla fiducia degli elettori del centrodestra nelle istituzioni. Compito della gazzetta di famiglia è dimostrare che Fini non ha il conseso degli elettori di Pdl e Lega: il Presidente della Camera si ferma al 36,1% dei consensi, meno di Napolitano (39,1%). A stupire è il dato sul consenso di Berlusconi: per Euromedia che ha condotto il sondaggio hanno fiducia in Berlusconi il 99,2 % degli elettori di centrodestra. Un dato bulgaro. Anzi, Koreano. Del quale, senz’altro, ci possiamo fidare.

Schifani dice che “Facebook” è “più pericoloso degli anni settanta”. Donadi dell’Idv gli replica: “Schifani la pensa come Ahmadinejad, Hu Jintao e Al Bahir, i presidenti di Iran, Cina e Sudan, dove Facebook è messo al bando”. Ma ci pensa Gasparri a calare l’asso: “Le parole di Donadi sono risibili. Il presidente Schifani, come tanti, è preoccupato per i pericoli e le insidie che nasconde il web, dove regole e metodologie non sono ben definite e comunque facilmente disattese. Bisogna, e su questo il presidente Schifani è stato molto chiaro, evitare che uno spazio di libertà si trasformi in uno spazio di violenza, di associazione per delinquere, strumento per spaccio di droga. La rete non può poi essere un mezzo per alimentare campagne di odio. Pur consapevoli della complessità del tema riteniamo che auspicare regole sia legittimo. Respingiamo quindi il linguaggio e gli accostamenti inadeguati di certa opposizione”.Ha ragione. Vietiamo allora anche il telefonino e gli angoli di strada dove si spaccia.
L’Italia non c’è in “Internet Enemies 2009”, il dossier di Reporter senza Frontiere sui paesi “nemici di Internet”. Ma ad ascoltare le dichiarazioni di molti esponenti politici all’indomani dell’aggressione a Silvio Berlusconi, non c’è da stare tranquilli per il futuro. Su Facebook in migliaia inneggiano a Massimo Tartaglia, il folle che ha ferito Berlusconi. Questi deliri hanno portato il ministro dell’Interno Roberto Maroni a una promessa che suona come una minaccia: “Nel Consiglio dei ministri di giovedì – ha dichiarato ieri – proporrò misure per il Web”. Senza chiarire ulteriormente le sue intenzioni.
Nel 2008, per Reporter senza Frontiere gli “Internet Enemies” erano dodici: Arabia Saudita, Cina, Cuba, Myanmar, Egitto, Iran, Corea del nord, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. Sono tutti paesi che hanno trasformato la grande Rete mondiale in una Rete nazionale, chiusa in sé stessa e dalla quale è difficile uscire. Sono inoltre paesi che mettono in atto misure sistematiche di repressione degli utenti della Rete. A Cuba il ministro dell’Informazione controlla un’agenzia che fissa i prezzi delle connessioni, la loro disponibilità e assegna le licenze. In Egitto, nel nome della lotta al terrorismo, sono nate varie restrizioni. Tre militanti che nell’aprile 2008 avevano organizzato uno sciopero su Facebook “una delle mobilitazioni più importanti degli ultimi anni” sono finiti in carcere per due settimane. In Iran le autorità hanno chiuso nel 2008 cinque milioni di siti Internet e sono numerosi i blogger detenuti in carcere. In nord Corea “il regime controlla ogni forma di comunicazione e di informazione” Internet compresa. E’ la Cina poi, ad avere il poco onorevole titolo di “capofila nella repressione mondiale su Internet” (nonostante il suo record per numero di navigatori). A Pechino, quasi 40.000 dipendenti del Partito comunista sono all’opera per monitorare i file che circolano in Rete. Il governo può automaticamente oscurare i contenuti che vengono considerati contrari ai principi dei partito-Stato: solo nel 2008 quasi 3.000 siti di news sono stati resi inaccessibili.
Ora, non è chiaro cosa si prepara in Italia. Angelino Alfano, ministro della Giustizia, ha annunciato ieri che sono in arrivo norme per sanzionare chi istiga ai reati online. “Penso – la dichiarazione di Alfano – che se l’apologia di reato o l’istigazione a delinquere avviene attraverso Internet va punito e sanzionato”. Con Maroni, aggiunge “stiamo studiando delle norme da proporre se è possibile già al prossimo Consiglio dei ministri per sanzionare il comportamento di chi istiga ai reati”. Questa dichiarazione fa a cazzotti con un’altra notizia: la Procura di Roma ha già aperto un fascicolo sui gruppi Facebook che esprimono solidarietà all’aggressore di Berlusconi.
La procura procederebbe per istigazione alla violenza, sulla base di un’informativa inviata dalla polizia postale: si ipotizza che almeno una decina di questi gruppi abbiamo una forte connotazione violenta. Ma se già un fascicolo è stato aperto, è perché già l’attuale ordinamento punisce i reati, anche quelli online. Allora cosa prepara il governo, cosa preparano Maroni e Alfano? Per Guido Scorza, uno dei maggiori esperti italiani di diritto di Internet, potrebbe tornare d’attualità in tutta fretta la proposta di legge del senatore D’Alia, Udc, accantonata la scorsa primavera dopo una forte mobilitazione. D’Alia ieri è tornato a farsi sentire: “Il ministro Maroni – la sua nota – avrebbe potuto e dovuto prestare più attenzione alla norma da me proposta in Senato qualche mese fa, che consentiva l’immediato intervento sui contenuti illeciti dei siti Internet”.
Cosa propone la legge D’Alia? Semplice: in base a una vaga “segnalazione della magistratura” il ministero dell’Interno può ordinare ai provider di rendere inaccessibili siti che “istigano alla violenza”, “a delinquere”, o fanno “apologia di reato”. Questa chiusura avverrebbe d’imperio, aprendo un amplissimo varco alla discrezionalità dell’esecutivo. Inoltre la legge parla di “piattaforme” quindi se su Facebook un semplice commento risulta violento, a rischio chiusura sarebbe l’intero social network. Staremo a vedere se sono queste le norma a cui sta pensando il governo. C’è da augurarsi che il gesto sconsiderato di un folle, non ci trasformi in un paese “nemico di Internet”. Un paese lontano anni luce da tutti i paesi democratici.
(Il Fatto, 15 dicembre)
Deve essere chiaro che chi ha colpito al volto il presidente del consiglio Silvio Berlusconi non è uno stupido, ma un delinquente. Il nostro pensiero sul Cavaliere è noto: crediamo che sia il peggior premier della storia repubblicana. Riteniamo che sia il perfetto campione di una classe dirigente nel suo complesso mediocre che non rappresenta il Paese e che il Paese non merita. Caste di questo tipo non si abbattono però con la violenza, ma con la forza dei fatti e delle idee. L’Italia ha bisogno di verità, di giustizia, di legalità, non di pugni in faccia o di insulti. Per questo è nato il nostro giornale, per questo è nato questo blog. Quindi ci auguriamo che il solitario protagonista dell’aggressione a Berlusconi venga punito con assoluta severità. Da parte nostra, invece, assicuriamo che andremo avanti come sempre: analizzando le cose, ragionando e (quando è il caso) protestando.
Post scriptum
Mentre scriviamo, giunge notizia che l’aggressore sarebbe in cura da 10 anni per malattie mentali al Policlinico di Milano. Fermo restando quello che abbiamo detto fin qui chi già cercava improbabili mandanti morali o si preparava a lanciare l’allarme terrorismo farebbe bene a darsi una calmata anche lui.Peter Gomez e Marco Travaglio su Antefatto.it
II consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che vieterà alle minorerri di fare la plastica al seno. Manca l’autorizzazione del garante della privacy e poi il tutto diventerà legge.
Ora le minorenni, per rifarsi, devono avere l’autorizzazione dei genitori. Con la nuova legge sarà vietato e basta. Non ci saranno eccezioni. Serie e cosceinziose o agguerrite e televisive, le ragazze italiane non potranno più disporre di questa loro scelta.
Che poi colpisce che questa decisione venga preso dal governo di B. Berlusconi è l’uomo che ha interpetrato al meglio la saldatura delle istituzioni con la televisione scollacciata; è ormai nota in tutto il mondo la sua cultura maschilista, le sue battute sessiste. L’uomo che ha conquistato l’Italia a colpi di maggiorate, che festeggia i compleanni di minorenni già rifatte, è lo stesso che poi si fa promotore di un modello di vita bacchettone e antiliberale. Proprio come la proposta di legge presentata dalla Carfagna e volta a criminalizzare la prostituzione: dopo gli scandali delle escort a Palazzo Grazioli, per fotura, non se n’è più parlato. Vediamo ora che succederà su questa proposta delle plastiche al seno.
Che poi un popolo di rifatte e rifatti può piacere o meno. A me non piace. Ma i divieti sulle libertà personali, quelli sì che fanno i veri danni. Ancor di più quando figli di primo letto della peggiore ipocrisia.
Per la serie tecnologia, competenze e società, il “computer di Mani Pulite” è finito al museo della scienza di Milano.
Mani Pulite cominciò nel 1992. Come dicono i giornalisti e gli “storici” la svolta alle indagini arrivò proprio dai nuovi calcolatori che permettevano di incrociare dati su appalti e tangenti. Uno dei primi ad usarli fu Antonio Di Pietro che, come noto, fu uno dei protagonisti delle indagini di quegli anni.
E’ una dimostrazione, anche questa, di come la tecnologia influisca sulla vita delle società. E’ già successo, nella storia, con la stampa a caratteri mobili che, nel XV secolo, diede maggiore certezza e maggiore diffusione alla conoscenza aiutando così il passaggio dal medioevo al rinascimento. E’ successo con il telegrafo, con la radio, con la televisione. Ora è il tempo della tecnlogia digitale, e della rete. I cui effetti sulla società stiamo appena adesso cominciando a vedere. Chissà fra un decennio cosa finirà nei musei e nei libri di storia di questi anni che stiamo vivendo.
A “Il Giornale” della famiglia Berlusconi, comprensibilemnte, non è piacuto il No Berlusconi Day. Com’è nello stile del quotidiano, però, quando non hanno argomenti, si buttano a capofitto nella dis-informazione. Domenica 6 dicembre, i commenti del Giornale sul No Berlusconi Day, erano tutti mirati a dimostrare che il popolo viola non era auto-convocato su Facebook, ma truppe cammellate al seguito del pifferaio magico Antonio Di Pietro.
Chi ha seguito e partecipato alla manifestazione (io l’ho raccontata per Il Fatto Quotidiano) ne conosce bene la genesi: è nato tutto da un appello lanciato da alcuni blogger e utenti della rete. Il Giornale però, citando un blog, Aurora, e precisamente questo post, così intende dimostrare la longa manus di Di Pietro nel No B. Day:
Da “Si scrive NoB-Day, si legge Idv. La grande bufala di Tonino”, di Gianni Pennacchi, Il Giornale, pagina 2, 6 dicembre 2009.
Gli «spontanei» del NoB-day sono nati soltanto a ottobre. Però il sito di Tonino sapeva già tutto alla fine di aprile. Come mai questa «incongruenza» che fa crollare l’intera retorica della «spontaneità» è passata sinora in cavalleria? In verità qualcuno se n’era accorto, e ha provato a portare alla luce l’arcano. È il sito web Aurora.
Ricordate la testatina classica del sito di Tonino? C’era il suo faccione sorridente, un Di Pietro bello nero, e il gabbiano colorato di bandiera. Improvvisamente, il 30 aprile - «cinque mesi e nove giorni prima del giorno di nascita del gruppo», annotano su Aurora - il sito cambia veste e si tinge di viola. Vola via il gabbiano, la faccia e il nome di Tonino si spostano a sinistra, nell’altra metà compare la foto di Berlusconi, proprio quella inflazionata in questi giorni, col profetico slogan «No Berlusconi-day» e una grande scritta in campo viola: «Partecipa anche tu - in tutte le piazze d’Italia». C’era anche un’icona di accesso a Facebook, ma cliccando non s’apriva alcun link. Per forza, il gruppo «spontaneo» doveva ancora autogerminarsi!
La ricostruzione di Pennacchi, insomma, è che da aprile già esistesse un appuntamento lanciato dal blog di Di Pietro. E che il gruppo spontaneo “Una manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi” dal quale è nato il No B. Day, poi “casualemente” ad ottobre abbia aderito a ruota. La morale è semplice: Tonino è il vero promotore del No B. Day.
Ora, prima di tutto andrebbe detto che il sito di Di Pietro è frequentato da migliaia e migliaia di visitatori ogni giorno, quindi la mobilitazione, se fosse come Pennacchi scrive, sarebbe partita già da aprile, senza aspettare sei mesi per aprire un apposito gruppo Facebook “spontaneo” per un’iniziativa che conoscevano come già lanciata da Di Pietro.
Ciò detto, Il Giornale cita, come detto, il sito Aurora. Che a dimostrazione della ricostruzione “No B. Day organizzato da Di Pietro” pubblica un immagine della testata del blog di Di Pietro, che risalirebbe al marzo 2009, questa:
e subito doopo una col il logo del No B. Day, presentandola così: “Passa appena un mese - scrive Aurora - arriviamo all’aprile del 2009, e il frontespizio del blog di Tonino è cambiato. DRASTICAMENTE cambiato”. E pubblica questa seconda immagine:
Ora, per Aurora, e per il Giornale, a dimostrare che l’immagine qua sopra risalga ad Aprile, e che quindi l’appuntamento era stato già lanciato ad aprile da Di Pietro, è la data poco leggibile che compare sotto la testatina : 30 aprile 2009. Non c’è bisogno di uno Sherlock Holmes, però, per capire quanto sia (volontariamente) falsa questa affermazione. Il blog di Di Pietro, infatti, come quasi tutti i blog, ha un archivio. Lo si raggiunge dalla colonna di sinistra (in basso) del blog. Se si cerca in archivio, per dire, Aprile 2009, cosa comparirà? La lista degli articoli pubblicati ad aprile 2009 (nell’immagine di Aurora, quella con il logo No B. Day) c’è anche scritto “Archivio mensile: Aprile 2009″!!!) e l’ultimo post del mese, che comincia con la data di pubblicazione (per aprile, inevitabilmente, è il 30).
Quindi, concludendo, quelli di Aurora, e a ruota quelli del Giornale, che hanno fatto? Semplice: recentemente, sicuramente dopo che il No B. Day era già stato lanciato su Facebook (e che Di Pietro vi aveva aderito segnalando la sua adesione modificando la testata del blog con l’immagine del No B. Day), hanno impostato la pagina del blog sugli archivi di aprile, e hanno scattato un’istantanea. E il gioco e fatto. Si scrive un post, il giornale ne parla ed ecco che il No B. Day l’ha lanciato Di Pietro ad aprile. Con lo stesso giochino, volendo, si potevano prendere la testata del blog, oggi, come faccio adesso, e modificarla con qualsiasi data. Volete agosto 2009? Eccolo, l’ho appena fatto (dalla testatina del blog è stata tolta l’immagine No B. Day):
Volete gennaio 2006? Eccovelo servito:
Potremmo andare avanti a lungo. Ma forse il senso della disinformazione operata da Aurora, e dell’articolo di pagina due del Giornale, è già chiarissimo. Ed è evidente che si parla di una manipolazione, e non di un errore: chi ha scattato l’istantanea della testatina, sapeva di barare. Aurora ha fatto il post, e Il Giornale l’ha ripreso (era l’apertura della seconda pagina). Questo per sminuire la portata di novità del No B. Day nato sulla rete. E dalle parti di Berlusconi la rete non la capiscono, fa paura. Perciò, a freddo, rispondono con un’arma a loro molto cara: disinformazione scientifica .
Scrive Politico.com parlando di Barack Obama:
Presidential politics is about storytelling. Presented with a vivid storyline, voters naturally tend to fit every new event or piece of information into a picture that is already neatly framed in their minds.
ovvero (a braccio):
Fare il presidente vuol dire soprattutto raccontare una storia. Davanti ad una biografia brillante, gli elettori sono portati in maniera naturale a inserire ogni nuova proposta in una quadro la cui cornice (il frame) è ben salda nella loro mente.
E aggiunge:
No one understands this better than Barack Obama and his team.
ovvero
Barack Obama e il suo staff lo sanno meglio di chiunque altro.
Insomma, brutalizzando, la biografia è il messaggio. La biografia. E, dritto per dritto, la mia convinzione è che proprio la “biografia” sia stata la vera forza di Berlusconi in questi quindici anni. Sia in positivo (l’uomo che si è fatto da sè) che in negativo (l’uomo che si è fatto da sè ma che non può governare per colpa dei “giudici” o dei “poteri forti”). Grazie ai suoi media che l’hanno raccontato come gli faceva più comodo, ha sempre vinto contro funzionari della politica (escluso Prodi) nonostante le pessime performance dei suoi governi.
Viene da pensare che finchè la sinistra non proporrà delle biografie “vivid” brillanti, farà sempre fatica a batterlo. Una biografia che difficilmente passa dalle stanze del Botteghone, o da piazza del Gesù.
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