Pierluigi Celli, ex direttore Rai, scrive oggi dalle colonne di Repubblica a suo figlio: Vattene da questo paese, non c’è spazio per i migliori.
Molti, però, non hanno gradito che il fervorino sia venuto da uno che non è certo nato ieri (Celli appunto, ex presidente Rai). Per le rime, e bene, gli risponde un “blogger precario” su Giornalettismo:
Caro raccomandato politico, perché se ha diretto la Rai deve per forza essere stato affiliato, o quantomeno simpatico a qualche partito, nonché attuale direttore della Luiss, che per chi non la conoscesse è la più esclusiva università privata di Roma a cui accedono soltanto i figli di persone facoltose, vista la retta che viene chiesta per l’iscrizione, le scrivo per chiederle se non le sembra stucchevole, ipocrita e in un certo senso crudele propinarci una lettera a suo figlio in cui gli consiglia di cambiare nazione perché la nostra è marcita e dentro non ci troverà opportunità per esprimere il suo valore. Vede, dottor Pierluigi Celli, non solo non riesco a provare la minima empatia per quello che dovrebbe essere un supposto dramma, ma non riesco a vederla nemmeno come vittima e con lei non vedo come vittima suo figlio, sicuramente persona degna di lode che non mi permetto di giudicare, non conoscendolo. Il problema è che, con rispetto parlando, lei e quelli come lei siete la metastasi, il tumore che andrebbe rimosso per ricreare quella speranza ormai patrimonio dei dormienti. Lei vede un’Italia diversa da quella che aveva sognato, ma quanto ha fatto per cercare di renderla somigliante al sogno? Quante volte ha rifiutato il compromesso pur di non tradirla? Oppure, vista la posizione che ricopre, è soltanto uno di quelli che, arrivati a un’età veneranda avendo succhiato il succhiabile, ora sente la necessità di sentirsi un ribelle a un sistema di cui è uno dei mattoni? Perché invece di scrivere una lettera del genere non abbandona il suo posto? Perché ha accettato in passato tutti i compromessi del caso per raggiungerlo? In quanta di quella malattia che oggi denuncia si è imbattuto nel suo percorso professionale o, più semplicemente, di vita? Quante volte ha cercato di essere medicina e ha rifiutato di mettersi dalla parte del virus? Mi dica per favore, sono sinceramente curioso di saperlo. Come sono curioso di sapere perché, compreso il dramma, non fa qualcosa per trasformarsi in simbolo del cambiamento. (continua qua)
E anche su Repubblica non mancano le risposte inviperite:
“Caro papà…”. Molti lettori rispondono a tono, scrivendo una lettera da ‘figlio’ a Celli. Sono i commenti più amari, dai quali emerge forte il conflitto tra una generazione che apparentemente ha preso tutto, e quella alla quale non sono rimaste neanche le briciole. “Caro papà - scrive andmal - finalmente ti sei accorto di quello che la tua generazione ha combinato in questo paese…Caro papà, apprezzo il fatto che almeno tu ti sia resto conto dei disastri che ci avete lasciato (debito pubblico, pensioni ridicole, disoccupazione alle stelle, mancanza di stabilità lavorativa, and so on!) ma non mi aspettavo che ti lavassi le mani, esortandomi a lasciare l’Italia”. “Caro Babbo - rincara la dose tuofiglio - la tua generazione è stata tra le più dannose e ipocrite che si siano viste negli ultimi 100/200 anni. Una generazione di cannibali che, degne del miglior Crono, sta divorando i suoi eredi e il loro futuro (…). Ciao babbo. Vacci tu all’estero, e lascia a me questo paese”.
Per la serie “guarda mamma senza mani” con grande orgoglio trovo online un mio pezzo tradotto in portoghese.
Giù non è stata presa per niente bene la decisione del Pd di non appoggiare la ricandidatura di Vendola alla regione Puglia.
Cari Amici e Compagni,
La gravissima decisione del Coordinamento Regionale del PD di non appoggiare Nichi Vendola come candidato alle prossime elezioni regionali ci spinge a convocare un FORUM DI DISCUSSIONE , promosso dall’AREA DI SINISTRA e LIBERTA’ della città di Lecce, e aperto a tutti i democratici leccesi.
Siamo convinti che la logica cinica e autodistruttiva che anima il gruppo dirigente del PD non sia condivisa da tutte le donne e uomini che hanno aderito al partito democratico pugliese e salentino.Un ristretto gruppo di “politici” non possono distruggere quello che la Primavera Pugliese ha rappresentato per tutti quei giovani che ora vedono le loro idee concretizzarsi grazie ai finanziamenti regionali della Giunta Vendola.
Tutti quei liberi professionisti che lavorano nell’edilizia e nell’urbanistica, non possono permettere che le profonde innovazioni introdotte da Vendola in questo settore siano vanificate dalle nuove “Mani sulla città”.
Il mondo cattolico non può permettere che, in nome di un’alleanza politica, si neghi alle nostre popolazioni il diritto all’acqua e allo sviluppo.Questa è vita… LA NOSTRA VITA messa in discussione da miopi calcoli politici la cui sola logica E’ VINCERE, ma per fare cosa? Per saccheggiare il nostro territorio? Per tornare indietro nel Medio Evo?
VINCERE NELLA CONTINUITA’ E’ POSSIBILE!
Diamo voce alla Puglia rinnovata e moderna cresciuta in questi anni nei nostri territori.
Per questo sei invitato a partecipare
VENERDI’ 4 DICEMBRE
dalle ore 18,00 alle ore 21,00 al
FORUM di DISCUSSIONE
presso la CITTA’ del TEMPO
in Via G. Puccini 22/d a Lecce.Porta le tue idee e le tue passioni…
Per info: 339.8191958
www.sinistraelibertalecce.it
“Sono segretario da solo tre settimane e abbiamo già fatto due direzioni con 50 interventi”
Pierluigi Bersani
Ecco, i giovani. La nuova presidente del Fai ha 53. Per carità. Massimo rispetto. Ma parlare di giovani, suona davvero lunare.

Barbara Matera, classe 1981, è diventata europarlamentare Pdl a Strasburgo dopo un’intensa carriera da letteronza con la Gialappa’s Band. Lara Comi, 1983, così raccontò a Libero il suo ingresso in politica: “Allo stadio, nel 2004 durante un partita del Milan, ho visto Berlusconi nella tribuna delle autorità. Ho pensato: vado a chiedergli un autografo. Così ho scavalcato la staccionata e sono andata da lui. Si è informato sugli studi che ho fatto e mi ha detto: ‘Mi piacerebbe che ti occupassi del partito a livello regionale’”. Per Lara, da San Siro al seggio europeo, sono bastati solo cinque anni.
Altra storia per l’europarlamentare più giovane che abbia mai messo piede a Strasburgo. E’ svedese e così si presenta sul suo sito: “Sono Amelia Andersdotter ho 22 anni, studente di Economia. Nel 2006 ho fondato lo Ung Pirat, l’organizzazione giovanile del Partito dei Pirati”. Amelia è entrata nell’Euro-parlamento solo recentemente: era la prima dei non eletti alle elezioni europee di giugno – i Pirati avevano già conseguito un seggio. Dopo che la Repubblica ceca ha approvato il Trattato di Lisbona, è scattato un altro seggio per i Pirati, il suo.
“Il Partito dei Pirati – ci dice – ha avuto 235.000 voti alle elezioni europee del 7 giugno 2009. Il trend è ottimo, e abbiamo così buone occasioni per portare avanti le nostre campagne. Visto il successo, poi, c’è stata una grande attenzione da parte dei media, cosa che ci ha ulteriormente aiutati”.
Quali sono le vostre proposte?
Tre sono i temi alla base del nostro movimento: cambiare radicalmente il copyright: ci battiamo per la libera condivisione sul Web; rimuovere i brevetti e dare una legislazione più matura al tema della “sicurezza”: tra mercato e privacy, è la privacy che va tenuta molto di più in considerazione. Inoltre sono fondamentali i diritti civili, a cominciare da quelli digitali.
Il Partito dei Pirati è un “single issue party” un partito che si occupa unicamente di queste tematiche?
No. Il Piratpartiet si occupa delle politiche dell’informazione, e queste riguardano molte altre aree politiche.
I Pirati si stanno diffondendo nel mondo. Come vi spiegate questo successo?
Le politiche legate all’informazione e alla conoscenza sono molto attuali oggi, e questi temi vengono sempre trascurati dai partiti politici dell’establishment e dai governi di tutto il mondo. Perciò un movimento politico che, su larga scala, si occupa di queste tematiche, affascina tantissime persone.
In Italia esiste un Partito Pirata (www.partito-pirata.it) ancora allo stato embrionale. Pensi che possa crescere nel nostro paese una formazione politica come la vostra?
Non sono mai stata in Italia ma mi sono informata e so che il vostro sistema politico non è esattamente… invidiabile. Ma non è impossibile un Partito dei Pirati forte e ben radicato in Italia. I movimenti politici appaiono improvvisamente quando ne nasce il bisogno.
In Italia è nata una mobilitazione su Internet per chiedere le dimissioni di Berlusconi (tra l’altro, così come i Pirati, hanno scelto il viola come colore di riferimento). È un movimento spontaneo nato senza il sostegno dei partiti.
Lo trovo molto, molto positivo! La partecipazione attiva dei cittadini alla vita democratica è la cosa migliore che possa succedere in questo mondo, dove le occasioni dei cittadini per influenzare le decisioni della politica, diminuiscono continuamente, e la passività del popolo sembra ormai la norma. Con fortune alterne, sono sempre di più le campagne di questo tipo che nascono spontaneamente. Questo, mi rende felice.
Ha letto l’appello per il NoBDay?
Sì, e lo sottoscrivo. Berlusconi è una minaccia per la democrazia e doveva essere rimosso già da tempo.
(Il Fatto, 25 novembre)
Questa volta non ci sono ragazzine urlanti per i loro divi, né flash di fotografi. E il red carpet non è a Cannes, o a Venezia, né tanto meno a Hollywood, ma a Roma, in piazza San Pietro, sotto il colonnato del Bernini. Alle nove e mezzo, alla spicciolata, si fanno vedere i primi artisti. Nanni Moretti e Paolo Veronesi arrivano da soli, a piedi. Antonello Venditti parcheggia la sua Smart in piazza. I Pooh, manco fossero i Beatles, attraversano via della Conciliazione tra gli applausi.
L’occasione è solenne. A dieci anni dalla lettera che Giovanni Paolo II inviò agli artisti, anche Benedetto XVI ha chiamato a raccolta artisti di tutto il mondo e di tutte le fedi. Tra di loro, 260 in tutto, gli italiani la fanno da padroni: ci sono Baglioni, Vecchioni, Venditti, Castellitto e Margaret Mazzantini; Carla Fracci, Raoul Bova, Claudio Amendola e Terence Hill; Franco Nero, Angelo Branduardi (in camicia di lino e sabot), Tornatore, e Nanni Moretti; Carla Fracci, Cocciante, Bocelli, i fratelli Taviani e Morricone. Tra gli internazionali spiccano le archistar Zaha Hadid e Santiago Calatrava e lo scrittore iraniano Kader Abdolah, che sfoggia una sgargiante sciarpa verde “in solidarietà al mio popolo”.
I giornalisti, con un accredito stampa che necessita di un obolo di 5 euro (con tanto di ricevuta) arrivano in pullmino dentro i Musei Vaticani, a due passi dall’incredibile volta della Cappella Sistina dove gli artisti attendono il Papa. Alle undici in punto il Pontefice entra tra gli applausi. Scende il silenzio e parte il coro della Cappella Musicale Pontificia Sistina. Tocca quindi a Sergio Castellitto leggere alcuni brani della lettera che Giovanni Paolo II inviò agli artisti nel 1999.
Quindi il saluto di monsignor Ravasi: “L’arte si è spesso dedicata sollo all’effimero e a esercizi stilistici sempre più provocatori e autoreferenziali”. E’ il momento del Santo Padre. Il Papa ricorda come fu Paolo VI per primo, il 7 maggio 1964, a voler incontrare gli artisti per “riaffermare l’amicizia tra la Chiesa e le arti”. Ma è alla “Bellezza” che Benedetto XVI dedica il suo discorso. Bellezza “che richiama l’uomo al suo destino ultimo” anche se “troppo spesso la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l’alto li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia”. Questa bellezza “mendace”, continua il Santo Padre, “si trasforma ben presto nel suo contrario, assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa”. La sala, assorta, annuisce. Alla fine del discorso “arrivederci” è il saluto. Uno scroscio di applausi saluta il Pontefice che, annuncia una voce al microfono, “va a ritirarsi nelle sue stanze”.
Monsignor Ravasi consegna ai presenti una medaglia ricordo. Ha una parola per tutti: “Ciao Don Matteo” rivolto a Terence Hill, poi abbraccia calorosamente Roberto Vecchioni. A questa punto l’arte, deve scendere dalle altezze dell’assoluto e confrontarsi con la stampa. I giornalisti aspettano nella straordinaria Galleria Lapidaria, che collega la Cappella Sistina ai Musei Vaticani. Sulle pareti sono affisse incisioni di epoca romana: “Sono i manifesti murari dell’Antica Roma – ci spiega una guida – annunci di ogni tipo, a partire da quelli funebri”. Avanzano gli artisti, gentili e disponibili. Claudio Baglioni è con il figlio Giovanni (“Sono un vostro lettore” ci dice); Andrea Bocelli posa per i fotografi con moglie e figli. Susanna Tamaro è braccata dalla corrispondente della Bbc: “Cosa ne pensa della censura della Chiesa, come quella della mostra in cui era esposta una rana crocifissa?”. “Basta non andare a vedere le cose che non piacciono – risponde la Tamaro – e poi, nei paesi musulmani avrebbero permesso un’offesa del genere alla religione?”. Risposta da riciclare, nel caso, per “Porta a Porta”.
Castellitto e Mazzantini attraversano la sala di corsa, mano nella mano. Nanni Moretti, il più atteso – nel nuovo film interpreta lo psicologo di un Papa depresso – non si ferma con nessuno. Paolo Sorrentino dice che è venuto “per curiosità”; mentre Raoul Bova, evidentemente emozionato, attacca a rilasciare interviste e non la smette neanche quando gli altri sono già al “gnam-gnam” come scriverebbe Dagospia. Effettivamente Umberto Pizzi, il fotografo del sito di D’Agostino, scatterebbe capolavori sotto queste volte sacre.
Il banchetto, riservato solo agli artisti, è offerto dalla Martini, che distribuisce un comunicato: “La presenza di Martini come sponsor unico dell’incontro in Vaticano, ecc. ecc.”; e peccato se il marchio dell’aperitivo fa tanto “mercanti del tempio” tra le mura vaticane. Arriva anche Lino Banfi, il nonno d’Italia. E’ quasi commosso, racconta che il Papa, entrando nella Cappella, con un cenno del capo ha salutato solo lui. “Probabilmente si è ricordato quando due anni fa, a Valencia, dissi che se io sono ‘L’abuelo d’Italia’, il nonno d’Italia, allora lui è ‘L’abuelo del mundo’”. Sembra quasi un’amicizia. Forse è questo il messaggio più bello della giornata: se anche un ex attore comico interprete di memorabili pellicole scollacciate, può diventare amico del Papa, allora c’è speranza per tutti i peccatori. Artisti e no.
(Il Fatto, 22 novembre)
Dal pezzo di Scalfari oggi su Repubblica.
Qualche giorno fa Pierluigi Battista ha scritto un succoso pezzo sul Corriere della Sera dove si domandava: quando Berlusconi non ci sarà più (politicamente s’intende) che faranno tutti quei giornalisti e uomini politici abituati a vivere parlando male di lui a getto continuo? Per loro saranno guai. Riciclarsi non sarà facile. Dovranno adattarsi ad una difficile vecchiaia quando l’indignazione moralistica non avrà più corso.
La tesi di Battista non è peregrina. Qualche rischio c’è, ma è minore di quanto egli pensi. Non so per i politici, ma per i giornalisti. Li conosco meglio e so che molti di loro erano bravi assai prima dell’era berlusconiana. Vorrei però porre anch’io una domanda a Battista: che faranno, quando Berlusconi scomparirà, quei giornalisti e politici che si sono specializzati nell’agitare flabelli al suo passaggio, a inventare false notizie, a deformare quelle vere e soprattutto ad omettere, omettere e ancora una volta omettere? Che faranno i revisionisti di mestiere, gli specializzati a sostenere che il problema è un altro, che le questioni serie sono altre e chi parla male di lui peste lo colga?
E i terzisti, caro Battista? I terzisti avranno ancora qualcosa da scrivere? Vorrei esser tranquillizzato su questo punto. Comunque un posto a tavola non si nega a nessuno che abbia una buona scrittura; c’è sempre la rubrica di “Come eravamo” che può essere un dignitosissimo “pied-à-terre” per i terzisti in disarmo.
Non so per voi che cosa rappresenti il Natale. Per molti miei amici e conoscenti, praticamente nulla. Per altri un detestabile appuntamento con il consumismo sfrenato. Per me vi dico, il Natale da bambino era la festa più bella dell’anno: nela mia famiglia si è sempre festeggiato il 25 dicembre con riti semplici ma caldissimi - uno per tutto la processione che facevamo per casa a mezzanotte portando in giro il Gesù Bambino del presepe e cantando Tu scendi dalla stelle.
Ora per me il Natale, nonostante tutto, rimane una giornata di calore umano. Forse non posso dire di “bontà”, ma quanto meno di ricordo della bontà. Questa potrebbe essere la descrizione del Natale: “La giornata nazionale del ricordo della bontà”. Questo era, il Natale. Perchè quest’anno è stato sporcato indelebilmente dalla furia razzista della Lega Nord.
In una paesino della provincia di Brescia, Coccaglio, il sindaco leghista ha lanciato “White Christmas”. Bianco Natale. Bianco nel senso razziale del termine: dal 25 ottobre e fino al giorno di Natale, i vigili urbani stanno facendo dei rastrellamenti bussando alla casa degli immigrati. Per verificare che abbiano il permesso di soggiorno ed arrestare quelli non in regola. Bianco Natale: la giornata nazionale dell’orgoglio bianco: “Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità” motiva il sindaco. E’ di fatto una pulizia etnica di stampo suprematista fatta in nome del Natale. Una vergogna che, ne sono sicuro, per molti italiani suona come un’offesa personale.
(img di Carlo Miccio su Facebook)
Ho scaricato Google Chrome. Mi sembra utile, e come al solito, intelligente, fatto con esperienza di vita vissuta sulla rete. E’ figa sta cosa che la ricerca su Google si fa direttamente nella barra delle Url dove di solito si scrivono gli indirizzi (ancora non ho capito però, come cercare nella pagina i termini cercati, cosa facile da fare con Google Toolbar). Fighe anche le schede organizzabili in mobalità super comoda, e la navigazione in incognito. Anche il sistema operativo Chrome, come spiega il video qua sotto, sembra nascere da un’idea intelligente: a che serve appesantirsi con un sistema operativo se si usa solo il browser? Vedremo se funziona come promette.
Giuseppe Grisorio parla con accento barese, ha la battuta pronta e le idee molto chiare. E’ il portavoce del No Berlusconi Day, l’incredibile mobilitazione nata in Rete per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Per me, ci dice “Berlusconi rappresenta la parte marcia di questo paese. Concepisce la res publica in modo proprietario e, soprattutto, pensa che il voto popolare corrisponda a un’assoluzione”. Ma per Giuseppe sbaglia chi dice che odiano Berlusconi. “Non è vero: noi non odiamo nessuno. Ma pretendiamo che risponda alle pesanti accuse che gli vengono rivolte in tribunale, come tutti i cittadini, e non in televisione”.
26 anni, Giuseppe è di Cassano delle Murge, ma vive a Bari. Ha tanti soprannomi: Peppino, Peppe, “el Griso” dal suffisso del suo cognome. Fa l’avvocato praticante e frequenta la scuola di specializzazione per le professioni legali che serve per intraprendere la professione di magistrato. “Ho cominciato proprio oggi [ieri, ndr] il secondo anno. Non so se farò mai il magistrato. So che al corso ho la frequenza obbligatoria ed è un problema tutto il lavoro da fare per il NoBDay”. La prima manifestazione alla quale ha partecipato è “quella contro l’articolo 18 al Circo Massimo, avevo diciott’anni”. Poi qualche esperienza da “manovale con un po’ di testa” per la campagna elettorale di Vendola e la gioia per l’elezione di Nichi alla presidenza. “Lo voterei ancora” ci dice. Ma ora è il momento di pensare al 5 dicembre. “Il popolo ‘viola’ del NoBDay vuole essere il collante di persone che aderiscono a titolo personale.
Anche per gli esponenti politici, avremmo preferito adesioni individuali”. Mentre i partiti litigano sulle adesioni, infatti, Giuseppe mette le carte in tavola: “Il comitato promotore l’ha detto fin dall’inizio: non vogliamo bandiere di partito. L’unica bandiera della manifestazione è il tricolore o il drappo viola, le
eventuali bandiere di partito che dovessero essere presenti, andranno in fondo al corteo. E sul palco non parleranno esponenti politici, ma persone comuni, a cominciare dai precari dell’Ilva e dai lavoratori di Eutelia”.
Dopo, non un concerto, ma musica e arti varie: “Abbiamo un appello firmato da 4000 artisti. Si stanno occupando loro delle coreografie del corteo e dell’allestimento palco. E cureranno gli spettacoli alla fine della giornata”. Agli esponenti Pd che cercano di capire cosa succederà in piazza risponde. “Per una volta sarebbe bello che i politici si fidassero dei cittadini, quante volte loro ci hanno chiesto di fidarci di loro?”. Al Pd che teme attacchi al presidente Napolitano, risponde sempre d’istinto, con inconfondibile accento pugliese “Che cosa? Se Napolitano viene gli diamo il posto d’onore”.
(Il Fatto, 19 ottobre)
Sta pensando di passare alla Lega?
«Per carità. Non crederà davvero che la Lega tuteli le piccole imprese, vero? O che il Pdl sia il mitico “partito del popolo delle partite Iva”? Quelle sono tutte balle. La prova è che al governo ci sono loro, Lega e Pdl, e per noi piccoli imprenditori non stanno facendo niente».
Secondo voi chi ha detto questa frase? No, non ci provate, tanto non ci arrivereste MAI.
Per chi ha l’Iphone (io ancora no, ma presto forse ce la facciamo) arriva il navigatore gratuito User Generated (via web e conoscenza).
Ascanio Celestini, narratore del popolo, è sempre attento a quello che si muove dal basso. È stato contattato dai Don Chisciotte del NoBerlusconiDay in tempi non sospetti, e ha dato la sua adesione mentre la mobilitazione ancora covava in Rete. Lo contattiamo mentre sta tornando da Giano dell’Umbria, in provincia di Perugia: “Sono andato a salutare gli amici della rivista Frigidaire – ci dice – nonostante la loro storia, sono a rischio sfratto da un sindaco di centrosinistra”.
Tu hai aderito subito al NoBday del 5 dicembre.
Ho dato subito la mia adesione. Aveva l’aria di essere un’iniziativa piccola, invece ho visto che è cresciuta moltissimo: penso che sia una delle prime volte che una manifestazione viene organizzata così tanto “dal basso”.
Che ruolo ha giocato la Rete nel lancio di questa giornata?
Io non ho grande fiducia nella Rete: in Rete si trova di tutto, e in più si è sempre riconoscibili e raggiungibili. La Rete convince le persone che c’è una possibilità, ma dobbiamo dirlo, la possibilità non sta nella Rete, ma nelle persone.
Ha ancora senso andare in piazza?
Da sempre le manifestazioni non sono un momento di lotta, ma un momento di ritualità, servono per contarsi. E neanche più per quello: oggi una manifestazione è partecipata quando chi la organizza ha i mezzi per renderla tale. Gli dai il cestino, gli paghi l’autobus, per cui se c’è un milione di persone in piazza sembra che un milione di persone si stanno davvero muovendo. Ma l’impegno politico è un’altra cosa: è quello che tu porti avanti ogni giorno nella scuola dove porti tuo figlio, in tutti i posti di lavoro, nel bar dove prendi il caffè, dall’ortolano dove compri la frutta. È lì che fai politica realmente. Mobilitare un milione di persone che il giorno dopo tornano a chinare la testa, non serve a niente.
Questo NoBerlusconiDay nasce dal basso invece.
Anche questa, come tutte le manifestazioni, sarà una rito. Ma è un rito importante perché non è stata lanciata e organizzata da qualche grosso partito, da qualche grosso giornale, da un sindaco: è fuori dalle istituzioni dalla politica e dai centri di potere che gestiscono le comunicazioni da massa. E perciò, ancora di più, dopo il 5 dicembre, è fondamentale che si continui a mettere in atto un impegno politico che sia forte, capace di mostrarsi.
Qual è l’obiettivo?
Se questo sistema non ci piace, dobbiamo essere eversivi. Uso una parola forte, ma quando Marx ed Engels parlavano dello “Spettro che si aggira per l’Europa”, facevano circolare un messaggio che faceva paura al capitalismo dell’epoca. E oggi? Io voglio giornali, partiti e sindacati che facciano paura. Paura, naturalmente, non significa diventare terroristi; ma a me questo sistema fa paura, allora c’è bisogno di qualcuno che faccia paura a questo sistema, che dica cose diverse da tutto ciò è discorso dominante. Perciò, dal 5 dicembre, il giorno dopo, la settimana dopo, il mese dopo, l’anno dopo, bisogna diventare tutti pacificamente eversivi.
È Berlusconi il problema?
È importante chiedergli le dimissioni. Ma bisogna fare anche un passo avanti. Perché il berlusconismo è entrato nelle ossa di tutta la politica italiana: così come ci sono sindaci di sinistra che sfrattano un rivista ricca di storia e di cultura, così ci sono sindaci di centrosinistra che tirano su muri, che vietano di bere una birra alle tre di notte, che chiudono i locali. Per cambiare le cose dobbiamo tornare a una prospettiva profondamente ideologica, dobbiamo ritrovare una Weltanschauung, una visione del mondo senza la quale non riusciamo neanche a tornare a casa. Dobbiamo recuperare il significato del nostro essere individui in questo paese: se l’obiettivo di qualsiasi protesta è solo quella di avere lo stesso mondo che abbiamo, migliorato solo un po’, allora non ne vale la pena.
(Il Fatto, 15 novembre)
Questo video sul NoBDay lo trovo davvero emozionante. In particolare arrivano diritti al cuore due frammenti: quello celeberrimo in cui il magistrato Antonino Caponnetto, il padre del pool antimafia, scuote la testa a caldo, subito dopo l’assassinio di Paolo Borsellino: “è tutto finito” dice. E’ la rappresentazione plastica dello scoramento, misto a dolore profondo, che affligge un grande uomo onesto. Stessa cosa per le grida, più recenti, di Giuseppe Gatì, il ragazzo che urla, con tutta l’aria che ha nei polmoni, “viva Caselli e il pool antimafia” a Vittorio Sgarbi che - come al solito senza vergogna - in un dibattito ad Agrigento sta sparando alzo zero contro il pool antimafia.
Giuseppe Gatì morì di lì a poco in una circostanza tragica: rimase fulminato da un cavo scoperto in un campo dove stava lavorando. La rete lo pianse commosso, Beppe Grillo, gli dedicò i versi della “Canzone di Maggio”: “E se credete ora - che tutto sia come prima - perché avete votato ancora - la sicurezza, la disciplina - convinti di allontanare - la paura di cambiare - verremo ancora alle vostre porte - e grideremo ancora più forte - per quanto voi vi crediate assolti - siete per sempre coinvolti…”.
Questi due frammenti arrivano fortissimi a chi li guarda, per una ragione. In Italia per molti la stagione delle stragi di Cosa Nostra è stata centrale rispetto alla propria storia: un moto fortissimo di ribellione alla mafia, al sistema di potere e di violenza che questa rappresenta, cova in tutte le persone oneste per quei giorni. Onestà e contrasto alla mafia, non sono solo uno scoglio fortissimo a quale rimanere aggrappati: ma, come emerge da questo video, due principi che diventano il punto di partenza di una visione del mondo più ampia. Sulla quale costruirci sopra, magari, anche altro.
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