Lo scrittore Fulvio Abbate, firma de Il Fatto Quotidiano, è venuto ieri pomeriggio in redazione dove ha girato in presa diretta una puntata della sua televisione/condominiale Teledurruti.
Dopo la morte di Stefano Cucchi, la memoria va inesorabilmente alla vicenda di Federico Aldrovandi. A parlare oggi è la madre di Aldro, Patrizia Moretti: “È gravissimo - ci dice - che alla famiglia di Stefano sia stato impedito di vedere il proprio figlio in ospedale. Anche per il caso di Federico fu così: sperano che la famiglia non reagisca, si disperi e alla fine si rassegni”. Ma è stato proprio l’esempio di Patrizia a non far scivolare nella rassegnazione i familiari di Stefano Cucchi: hanno scelto lo stesso avvocato che ha difeso la memoria di Federico e si sono sentiti con Patrizia.
“Sono loro vicina – ci dice lei – e se loro sono riusciti ad ottenere subito attenzione forse è anche grazie alle nostre denunce sul caso di Federico”. Il caso di Aldro è ancora una ferita aperta. “Io sto ancora aspettando che mi chiedano scusa” denuncia Patrizia. Federico, diciotto anni, fu ucciso a Ferrara da quattro poliziotti, il 25 settembre 2005. I quattro agenti lo scorso luglio sono stati condannati in primo grado ma sono ancora al loro posto: “Sono in servizio – ci spiega Patrizia – perché il regolamento di polizia prevede che non vengano sospesi dal lavoro fino al terzo grado di giudizio. Ma come si fa a dire una cosa del genere? Se il regolamento è questo, vuol dire che è sbagliato. È come una licenza di uccidere”. Federico fu fermato di notte, nella sua Ferrara, nel parchetto di casa, un “luogo familiare” dove i genitori lo portavano da piccolo.
Dopo la sua morte per tre mesi scese un silenzio tombale sulla vicenda, “un muro di gomma della stampa locale che si limitava a riportare i bollettini di polizia”. Aldro aveva assunto delle droghe ma, si è dimostrato in tribunale, in quantità tali che in nessun modo avrebbero potuto ucciderlo. Ad ucciderlo furono invece le percosse subite durante il fermo (agli atti ci sono addirittura due manganelli rotti) e il ritardo con il quale fu chiamata l’ambulanza. “Dopo la morte su mio figlio hanno cercato di dire le cose peggiori - dice la madre - scrissero che era morto un drogato, da solo su una panchina. Ma Federico era splendido, solo un ragazzo diciotto anni, forse in assoluto niente di particolare, ma era il mio tesoro. Noi - racconta ancora la madre - siamo rimasti zitti fidandoci del questore e aspettando indagini.
Ma intanto all’interno della questura stavano lavorando in senso opposto” (anche sul depistaggio ora è stata aperta un’altra inchiesta). Dopo tre mesi una breccia “nel muro di gomma” si apre solo quando Patrizia apre un blog. Il primo post, del 2 gennaio 2006, s’intitola semplicemente “Federico”. Si racconta la vera dinamica della morte di Aldro, quella che poi verrà confermata in tribunale. Dal blog la vicenda diventa pubblica. “Senza Internet non avremmo mai potuto far venir fuori le responsabilità. Quello che abbiamo fatto ci è costato veramente tanto. Ma in questi casi o si trova il coraggio di parlare o ci si arrende”. Patrizia non si è arresa. E anche i familiari di Stefano ora chiedono quanto andrebbe garantito a tutti i cittadini in un paese civile: verità e giustizia.
(Il Fatto, 30 ottobre)
Arriverà un futuro in cui, grazie soprattutto alle possibilità offerte dai computer, la maggior parte dei cittadini saranno informati, interessati e coinvolti nel processo decisionale della politica”. Queste parole, del 1960, sono le parole di un visionario: Joseph Licklider, uno dei padri dell’informatica. Lick scrisse questa profezia nel suo “Simbiosi tra uomo e computer”. Il suo sogno era chiaro: “un universo di computer collegati tra loro attraverso i quali tutti possano inviare due righe a qualcun’altro”
Riportiamo queste frasi, perché, anche grazie all’impulso che proprio Licklider diede alle ricerche “per far parlare tra loro i computer”, oggi festeggiamo il quarantesimo anniversario della nascita di Internet. Il 29 ottobre 1969, alle dieci e mezzo di sera sul fuso orario di Los Angeles, per la prima volta in assoluto, due computer riuscirono a parlare tra loro: era la prima mail. A scriverla Charley Kline, uno studente dell’università di Los Angeles. Ma se nel 1844 Samuel Morse scrisse “Cosa ha fatto Dio!” nel suo primo messaggio in alfabeto morse tra Baltimore e Washington; Charley Kline nella prima mail scrisse “Lo”: avrebbe voluto scrivere “Login” ma il collegamento con un altro computer dell’Università di Menlo Park, in California, saltò prima che riuscisse a scrivere la “G”.
È una storia incredibile quella che ha portato alla nascita di Internet. Se la leggenda popolare vuole che la rete nasce come mezzo di difesa degli Stati Uniti per difendersi da un attacco nucleare, è vero invece che Internet nacque da esigenze scientifiche: gli scienziati avevano bisogno di uno strumento per far sì che ogni computer, allora ingombrante e dai costi proibitivi, fosse a disposizione di tutta la comunità scientifica. Il problema era far parlare tra loro le macchine, allora tutte programmate in un linguaggio diverso. La prima mail del 1969 riuscì ad arrivare da un computer ad un altro proprio perchè tutti e due i mainframe avevano un modem, grande quanto un frigorifero, che traduce i due linguaggi.
Da quel momento eroico, del quale oggi festeggiamo i quarant’anni, siamo arrivati fino a noi. La rete è oggi una ricchezza di tutti: il quaranta per cento degli italiani si informa attraverso siti web e proprio Internet, in Italia, è considerata la fonte più indipendente e libera d’informazione. Forse non ancora uno strumento che permette a tutti “i cittadini di essere informati, interessati e coinvolti nel processo decisionale della politica”. Ma già qualcosa che gli può somigliare.
(Il Fatto, 29 ottobre)
Lunedì è cominciata la decima stagione del Grande Fratello. Quella di quest’anno è un’edizione monstre: dura cinque mesi e saranno una ventina i concorrenti coinvolti. Ogni anno, col ritorno del Gf, in televisione ritorna la stessa manfrina: “Chi non vorrebbe partecipare al reality?” la domanda (finto) retorica. Dalla blogsfera arriva però una storia diversa. La racconta un blogger ventiseienne molto noto in rete: Giovanni Fontana. Giovanni si è fatto conoscere raccontando sul suo blog www.distintisaluti.it una disavventura che gli è capitata nei territori occupati in Palestina. La sua bicicletta legata con una catena alla transenna di un check point, venne fatta saltare in aria: si temeva fosse una bomba. Tornato in Italia, una sua iniziativa lo scorso luglio fece il giro del web. Nel mezzo dei dibattiti infuocati sull’allarme sicurezza, Giovanni si arma di un cartello “Parlo con chiunque di qualsiasi cosa” e rimane alcune ore in una piazza di Roma. Sono decine le persone che si fermano con lui. Lui racconta tutto sul blog, la storia gira in rete, compare sulle testate online e arriva al Tg3 . Di lì a poco al blogger arriva una telefonata: è un autore Endemol che lo chiama per il Grande Fratello: “Vorremmo incontrarti, sei inorridito o incuriosito?” gli chiede.
Giovanni, che ha “parlato con chiunque”, va all’incontro. Gli autori sono interessati, gli dicono che potrebbe saltare le normali selezioni . Una “grande occasione” si direbbe in qualche salotto tv del pomeriggio. Lui non è convinto e quando legge un foglio da firmare “tutto incentrato sulla parola ‘immagine’”, si decide. La sua ragazza lo sta aspettando fuori, lui ringrazia: “non mi interessa”. Ieri racconta tutta la vicenda sul blog: “Non ho niente contro chi va a fare il Grande Fratello, però a me sembrava un prezzo troppo alto da pagare”. “Mi si chiedeva di cedere i diritti della mia immagine” precisa al telefono. “Era come andare a pulire i cessi, finché posso, evito di farlo”. A breve Giovanni andrà in Burkina Faso con la Ong per la quale lavora. C’è da chiedersi se sia l’unico italiano a ragionare così: non è che in Italia i suoi simili, soprattutto giovani, sono molti di più di quanto la tv voglia farci credere?
(Il Fatto, 28 ottobre)
Un articolo di Sergio Rizzo oggi sul Corriere della Sera racconta una situazione allucinante tipica-italiana.
In Italia i record delle tasse non pagate (secondo alcune stime non meno del 30%) e dei condoni a ripetizione convivono felicemente con alcune assurdità fiscali che non hanno apparente spiegazione. Per anni, ad esempio, i contribuenti hanno pagato (e molti pagano ancora) l’Iva sulla tassa della spazzatura. Lo Stato è cioè riuscito a spillare soldi ai cittadini perfino tassando una tassa. Finché la Corte costituzionale non ha dichiarato questa pratica illegittima: la Corte costituzionale, avete capito bene.
La domanda ora è se si dovrà scomodare la Consulta anche per l’ultima incredibile uscita dell’Agenzia delle Entrate. Che nella sua ottusità sarebbe addirittura esilarante, se non ci andassero di mezzo dei ragazzi meritevoli. Dal 2007 è previsto per chi esce dalla scuola media superiore con il massimo dei voti un premio di mille euro. Non risolve la vita, ma è un segnale che vuole incentivare il «merito», parola che da qualche tempo sta sulla bocca di tutti, ma proprio tutti, i politici italiani. Ebbene, quel premio è stato ora ridotto a 650 euro. C’è la crisi e tutti devono tirare la cinghia. Ma a parte il fatto che non si capisce perché con la scusa della crisi abbiano tagliato il premio ai ragazzi meritevoli lasciando intatte le retribuzioni astronomiche di figure pubbliche decisamente meno meritevoli, adesso si è pure scoperto che su quella somma si devono perfino pagare le tasse.
Sapete con quale motivazione? Secondo l’Agenzia delle Entrate il premio di 650 euro non è una borsa di studio ma una retribuzione equiparabile alla tipologia del «rapporto di lavoro a tempo determinato ». Ergo, va assoggettata alla ritenuta d’imposta del 20%. Certo, magari potrà chiederne il rimborso, se non avrà raggiunto la soglia di reddito, ma intanto lo studente che supera la maturità con voti altissimi dopo aver sgobbato per cinque anni come un mulo, paga. E paga, su quei miseri 650 euro, quattro volte più dell’evasore che grazie allo scudo potrà ripulire milioni di euro esportati illegalmente versando all’Erario appena il 5% ed evitando anche di sporcarsi la fedina penale. Complimenti a chi l’ha pensata. Complimenti davvero.
(Sergio Rizzo, Corriere della Sera, 28 ottobre)
A Giovanni, che aveva avuto la bella idea del “Parlare in piazza con chiunque di qualsiasi cosa” gli è arrivata quest’estate la proposta di partecipare al GF. Lui non se l’è sentita, senza moralismi: “non è la mia tazza di tè” la sua risposta in sintesi. Io, in realtà, conservo l’idea, il sogno, di un edizione del grande fratello con un concorrente che si ribelli, dica “No!” alle regole del Grande Fratello, un po’ come fa Truman nel finale di Truman Show. Ma la mia non è niente di più di un auspicio poco concreto. Giovanni ha fatto bene. E ha tutto il mio rispetto.
E chi è il coordinatore della mozione Franceschi? Fassino. E Rutelli chi appoggia? Franceschini.
“Uno dice che male c’è a organizzare feste private/
con belle ragazze per allietare primari servitori dello Stato/
non ci siamo capiti, e perché dovremmo pagare/
anche degli extra a dei ricoglioniti/
come vivrebbero trafficanti e truffatori/
se non avessero moneta sonante da buttare tra la gente”
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