Dove si trovano le tre industrie italiane che producono più CO2? Tutte e tre in Puglia (la centrale Enel di Brindisi, l’Ilva di Taranto e la centrale termoelettrica di Taranto). Quale industria svetta nel bel paese per emissioni di mercurio, cadmio, cromo e benzene? Indovinate un po’. Facile: l’Ilva di Taranto.
Questi i dati che emergono delle terribili classifiche realizzate da Legambiente e Greenpeace. Ma c’è anche dell’altro. Il quotidiano britannico Guardian ha stilato la classifica delle dieci industrie più inquinanti di Europa. E qual’è l’unica italiana presente in questa classifica? Anche qua la centrale Enel di Brindisi (all’ottavo posto).
Fa specie leggere questi dati in questi giorni in cui amici e parenti da tutta Italia chiamano per chiederci del mare, delle spiagge, “che bella la Puglia”, “ci vediamo in Salento” (Caparezza santo subito). Fa ancora più impressione leggere questi dati proprio in questi giorni in cui la classe politica sembra impegnata ad una corsa al vertice per accaparrarsi la questione meridionale: tutti i cacicchi e notabili locali sbraitano, minacciano fuoco e fiamme per difendere “gli interessi del sud”. Una “nuova questione meridionale” la chiamano. Una nuova questione meridionale che, nella migliore tradizione terronea, nasce dall’alto, con tutti i feudatari locali che si appellano a campanilismi e localismi per rafforzare l’autonomia e l’esclusività del loro potere personale.
Poli Bortone, Fitto, Miccichè, Lombardo, Bassolino, chiedono soldi, fondi, risorse. Di inquinamento, di territorio, di salute, di veleni e di tumori, però, non parlano mai. Eppure i dati di Greenpeace e Legambiente parlano chiaro. Ci vediamo in Puglia anche quest’agosto: “passa dalla Puglia, passa a miglior vita”.
Sulla questione alcol e Milano, e sul divieto di vendita e consumo ai sedicenni, le cose più sagge le ha scritte Luca Sofri sul suo blog. Qua però vorrei aggiungere un paio di dati che ancora nessuno si è preso la briga di citare.
Letizia Moratti ha motivato l’ordinanza approvata dalla sua giunta parlando di un’ “emergenza alcol” per i giovani italiani in generale e per i giovani milanesi in particolare. “I dati – ha dichiarato Letizia a Repubblica - dicono che in Italia 740mila minori abusano di alcolici. Solo a Milano il 34% degli undicenni ha già avuto problemi di alcool”.
I dati più recenti sul consumo di alcol nel nostro paese sono stati raccolti dall’Istat in un’indagine dello scorso aprile “Uso e abuso di alcol in Italia”. Ebbene, andando a guardare questi dati senza un approccio preconcetto, si fanno delle scoperte interessanti.
In primo luogo si scopre che l’allarme sugli undicenni lanciato dalla Letizia è molto probabilmente una cazzata: l’Istat ha pubblicato in alcune tabelle il dato per “individui con un unidici anni o più”. Vogliamo pensare che questa statistica abbia tratto in errore il sindaco e i suoi collaboratori (d’altro canto se davvero uno su tre degli undicenni avesse già avuto problemi di alcol - e perchè non i dodicenni, o i tredicenni? - non ci troveremmo davanti ad un’emergenza ma davanti ad una vera e propria piaga sociale).
Ciò detto il dato Istat interessante è un altro. La Moratti ha parlato di 740mila minori che “abusano di alcol”. In realtà dal report Istat si scopre che sono un po’ meno (658mila) e soprattutto si scopre che non sono minori che “abusano” di alcol, ma che, almeno una volta l’anno hanno avuto “un comportamento a rischio”. E i comportamenti a rischio per l’istituto nazionale di statistica sono: un “consumo giornaliero non moderato” o binge drinking” su base annua – in pratica un’ubriacatura in un anno; e “l’assunzione di alcolici fuori pasto una o più volte la settimana” (anche questo su base annua). Insomma, quelli che risultano “comportamenti a rischio” su base statistica, possono rivelarsi anche comportamenti piuttosto ordinari: una sbronza alla festa di fine anno o anche il flut di spumantino bevuto fuori pasto per il compleanno della mamma.
Infine, è interessante vedere le premesse con cui l’Istat introduce la ricerca: il consumo di alcol in Italia sta cambiando ma, sostanzialmente, sta diminuendo: “Nel periodo tra il 1998 e il 2008 – scrivono nel rapporto - si riduce la quota di consumatori giornalieri, aumenta quella dei consumatori occasionali soprattutto nelle età adulte e cresce il consumo di alcolici fuori pasto tra i più giovani” (ho estrapolato la tabella qua).
Inoltre, scrive l’Istat, gli italiani (udite udite!) sono tra gli europei quelli con minori problemi di alcol: “Rispetto agli altri paesi europei il consumo procapite di alcol, secondo quanto pubblicato nel database dell’OCSE del 2007, vede l’Italia nei posti più bassi della graduatoria”.
Questi, quindi, i dati. Preoccupanti? Non saprei. Forse meno di quanto abbiamo sentito urlare recentemente. Dati che, comunque, fanno sorgere più di un dubbio sugli allarmi del sindaco meneghino. E che spingono a chiedersi se certe misure capestro strombazzate su tutti i media siano frutto di scelte ponderate finalizzate a strategie efficaci, o se non siano piuttosto annunci utili a creare il solito circolo vizioso emergenza-paura-consenso. Perché, alla fine – non bisognerebbe dimenticarlo mai - è sempre della vita dei ragazzi che stiamo parlando.
Angelo Mellone per Il Giornale
Caro direttore, ho letto l’articolo di Giuseppe De Bellis e sono stato colto da sacro furore. Forse perché lui è del Barese e io sono tarantino, e pur essendo con-terronei ci guardiamo da Levante a Ponente e litighiamo da quando finì a mazzate dopo la Grande guerra per chi doveva piantare la statua della Vittoria (nell’occasione, vinsero i tarantini). E poi, si sa, i pugliesi non hanno spirito di corpo come i calabresi o i sardi, ognuno se ne va per i fatti suoi, paesano nel cuore e individualista nella vita.
Sia chiaro: De Bellis ha ragione. È vero, esiste una generazione terrona che è salita sull’aereo, è scesa ovunque e ovunque ha fatto fortuna. È vero che l’orgoglio terrone ha messo radici solide e globali, e ovunque vai, un circolo o un gruppo di amici, trovi sempre qualcosa o qualcuno che t’insuffla nell’anima qualche sana bordata di nostalgia, facendo fuoco e fiamme appresso alle parole magiche del dialetto che noi terroni portiamo in dote pure nelle banche di Singapore. Ci sentiamo custodi dello spirito avventuriero, pronti a risalire il percorso fatto dagli antichi greci, le tribù barbare e i popoli normanni che nei secoli sono arrivati a Sud e hanno piantato le tende nella terra del sole. Poi la nostalgia finisce lì, paghi il conto della rimpatriata e torni ai fatti tuoi.
Nessuno di noi, terroni emergenti e terroni emersi, vive nel senso di colpa o di sfiga per aver lasciato casa senza troppi arrivederci. Nessuno ci pensa nemmeno a trasportare, insieme alle valigie, sensi di colpa. Ma ecco perché le ragioni di De Bellis nascondono la loro metà oscura sotto il tappeto, anzi la inseriscono come file da cestinare nelle chiavette internet dei ragazzi «globalizzati nel lavoro e nel futuro», quelli connessi all’aeroporto di Bari. Il dramma dei nuovi terroni globali è che sono privi di sensi di colpa. A noi basta pensare che siamo stati più bravi degli altri ad abbandonare la gabbia della controra e possiamo pure tornarci quando ne abbiamo voglia, quando sentiamo la necessità di pizza sole e taranta, tanto il Meridione ci ha dato quel poco che poteva, per noi pugliesi il ricordo degli ulivi, la fortuna dei tuffi in acqua ai primi di aprile, gli gnumareddi e Castel del Monte, l’orgoglio di essere cresciuti in una terra che (parole antiche di Franco Tatò) per un pelo non è diventata la nuova California, dopo che i californiani con il Primitivo ci hanno fatto lo Zinfandel guadagnando miliardi di dollari mentre le nostre vigne, fino a poco tempo fa, venivano vendute a quattro soldi in Piemonte come uva da taglio.
Il Sud ci ha dato questo, e noi appena abbiamo potuto siamo scappati. Tagliati i ponti, bruciate le navi storicizzato il ricordo. Uno può dire: ma a te cosa frega? Ci sei riuscito, sei stato bravo a trasformare la tua terronaggine in una sofisticata carta d’identità da esibire ogni volta che ti chiedono quant’è bello lu Salentu, e quando ne hai voglia le orecchiette di mamma che De Bellis rimpiange arrivano col pony express o le vai a mangiare dal bistrot pugliese vicino casa, molto chic e molto smart. Ci raccontiamo, dentro quei bistrot, che la Puglia è stupenda, sì, ma per portarci i figli in vacanza, e ce lo raccontiamo con quelle parole di circostanza con cui consideriamo il vero sfigato chi è rimasto a casa, chi non ha fatto fagotto e non ha avuto fortuna, quello poverino costretto a campare sempre nello stesso posto noioso senza aver assaporato il brivido dello sradicamento. Lo sfigato non è l’emigrato ma l’autoctono, il compagno di banco rimasto «giù», incapace di emanciparsi dalle consuetudini ancestrali che possono piacere a Sergio Rubini, a Franco Cassano e ai troppi teorici delle virtù dell’«andamento lento» meridionali ma che a noi, terroni globalizzati, terroni wireless perché senza radici, possono essere propinate al massimo durante la Settimana Santa.
La capa gira, ma pure le palle, ogni tanto. Ma fermiamoci un attimo, Giuseppe. Disconnetti la chiavetta, esci fuori dall’aeroporto e guardati attorno. A pochi chilometri dalle piste, la tua chiavetta potrebbe non funzionare perché non c’è campo. Arriva lì e riflettiamo assieme, per un attimo, senza piagnistei e senza recriminazioni straccione, su questa cifra abnorme: settecentomila emigrati in dieci anni. È un esodo. Siamo come i nordafricani o, se vogliamo essere considerati pionieri della nuova economia, come gli indiani di Bangalore. A forza di stare lontano, faremo proprio come quell’indiano a cui chiesi di quale regione dell’India fosse e lui mi rispose: no, I’m british. Excuse me, sir. Aggiungo io qualche dato: il divario, in termini di Pil pro-capite tra Sud e Centro-Nord oltrepassa ormai i 42 punti percentuali. Il Sud è superato anche da Repubblica Ceca, Slovenia, Malta e Cipro. Gli investimenti esteri hanno registrato una riduzione di 7000 occupati nelle imprese a partecipazione straniera. Il divario infrastrutturale rimane fermo a 25 punti al di sotto della media nazionale. Con l’eccezione di qualche isola felice, i test scolastici disegnano il quadro di un’istruzione che frattura l’Italia in due. Si può andare avanti. Non so se questi dati ci possono autorizzare a parlare di una nuova questione meridionale, o di una questione meridionale che non si è mai risolta anche se è stata espulsa dal dibattito pubblico. Comunque sia, sono dati che mettono spavento e dovrebbero incutere anche dentro di noi, terroni globali col vezzo della vocale aperta, una rabbia pazzesca.
E il dubbio atroce che forse noi, i terroni globali, siamo dei traditori, dei disertori che hanno abbandonato il fronte perché avevamo la possibilità di comprarci il permesso di espatrio e una masseria una volta finita la guerra. Girarsi dall’altra parte è comodo, la scusa è pronta: sono dovuto emigrare per colpa di una terra amara e matrigna, per scappare alla disoccupazione e alla depressione intellettuale. Legittimo, eppure impossibile. Io sono vissuto in una città, Taranto, che negli anni Settanta era a piena occupazione, una città dinamica, colta, ricca grazie al siderurgico dove venivano a lavorare dalla Calabria, dalla Basilicata, dalle campagne pugliesi, persino dalle Marche. Una città di immigrazione, pensate voi. Sono io stesso il sangue misto di un matrimonio d’acciaio, mezzo tarantino mezzo genovese. Oggi Taranto è una città di zombie, soffocata dalle polveri sottili, dilaniata dall’amianto, compromessa nell’identità e nella speranza di rifarsi una vita collettiva. Purtroppo ha ragione Caparezza: «Abbronzatura da paura con la diossina dell’Ilva. Qua ti vengono pois più rossi di Milva e dopo assomigli alla Pimpa»…
Potessi, farei finta di niente, tanto che posso farci, che possiamo farci? Hai ragione, Beppe, la colpa di questo stato di cose non è del destino o della porca sorte. Il senso civico a sud del Lazio è un disastro. La custodia dei beni culturali e paesaggistici pure: tanto per dire, una delle spiagge più belle di Tropea, Riaci, è stata soffocata nel giro di due anni da una colata continua di cemento, e certamente non sono stati gli Hyksos. Il sistema infrastrutturale è a pezzi. La qualità della classe politica è scarsa, ovunque, o perlomeno sotto la media. La borghesia è un’espressione, quando non evade troppo, della sola dichiarazione dei redditi. Ci sono intere province subappaltate ai poteri criminali. Le elezioni nazionali, è vero, si vincono al Sud perché al Sud il voto è mobile, ma è mobile non per l’esistenza di elettori razionali ma per blocchi di clientele che si spostano da uno schieramento all’altro. Il Meridione non sforna più un ceto dirigente pronto a mettere in campo una visione di lungo periodo, dove si cominci a utilizzare e non dilapidare la manna che ogni tanto scende dal cielo stellato europeo. L’ultima a perdere rovinosamente la sfida è stata la sinistra dei «governatori», da Bassolino a Vendola guarda che disastro.
Il Mezzogiorno non va né compianto né esaltato, va salvato, il prima possibile, prima che sia davvero troppo tardi. Ultima chiamata per Terronia. Il Mezzogiorno, registrato l’ennesimo fallimento della politica locale, va commissariato quasi in blocco. Va combattuta una durissima battaglia, casa per casa, ufficio per ufficio, giunta per giunta, per lo scambio tra erogazione delle risorse e rispetto delle regole. Le infrastrutture subito e a ogni costo. Chiudere le università che sfornano ignoranti. Se serve una nuova Cassa del Mezzogiorno, come ha detto Giulio Tremonti, ben venga. Se mai avverrà, in questa gigantesca opera di salvataggio di una comunità spezzata, dove le gambe e il busto sono a Sud e le braccia e il cervello polverizzate altrove, ognuno dovrà fare la sua parte. Invocare l’obiezione di coscienza sarà difficile. Se i capitali possono rientrare in Italia dai paradisi fiscali, i terroni globali possono rientrare nel Mezzogiorno dai paradisi artificiali. O il Sud o tutti accoppati.
Parla una delle “fantastiche quattro”, una delle ragazze che hanno prestato la loro faccia e il loro corpo alla pubblicità dell’Universita di Bologna.
«Il mio idolo? Mara Carfagna - dice la bionda “Rimini. E aggiunge: «Ha partecipato alle finali di Miss Italia nel 1997 e oggi è un ministro affermato che ammiro».
Un’altra conferma dunque: è Mara il modello di successo per le sgnoccolone italiane. E le altre? Provano a consolarsi, forse, con Marianna Madia.
(per Dnews)
Oggi finisce il G8, i grandi della terra se ne tornano a casa, e noi rimaniamo qua con il cuore pieno di tanti bei ricordi. Come la visita a Roma di Sasha e Malia, le due figlie di Obama. Malia, la più grande, è stata paparazzata in strada con addosso una maglietta con il simbolo della pace; Sasha, la più piccola, si è dimostrata invece una gelataia perfetta al corso organizzato per lei dalla gelateria Giolitti di Roma (“ha sbucciato 5 chili di banane da sola” ha fatto sapere il titolare).
Per anni, inoltre, ricorderemo l’abbigliamento delle first ladies: l’eccentrico cappello di piume della moglie del presidente sudafricano Zuma e le zeppe di Laureen Teskey, moglie del premier canadese. E i regali, come dimenticare i regali? Abbiamo omaggiato i nostri illustri ospiti con pigiami di seta, borse etniche, accappatoi e, per non farci mancare niente, di un libro con copertina in marmo dal peso totale di 24 chili.
Come dimenticare, infine, la dolcezza di Michelle Obama che ha ringraziato con un bacio il cameriere che gli aveva servito delle fettuccine succulente? Ah, quanti momenti indimenticabili questo G8. Alla faccia di chi dice che questi vertici sono inutili passerelle che non servono a niente…
Parla il ragazzo che ha girato e pubblicato il famoso video in cui il leghista Matteo Salvini insulta i napoletani con cori razzisti.
Ed è qui che la Lega vince: vince perché non ha bisogno di farsi dire di cambiare registro, di farsi capire, di spiegarsi meglio.
Vince perché, volenti o nolenti, sa interpretare il senso comune della gente e sa tramutarlo in consenso senza particolari fronzoli, senza parlare di giustizia sociale, socialdemocrazia o altri termini da teoria politica.
Senso comune che potrebbe anche essere visto nel filmato che ritrae Salvini intonare cori da stadio contro i napoletani.
Comune sentire, un anti-meridionalismo eterno e latente proprio del nord tutto, che si riflette, anche in questo caso, in modo plateale e manifesto con uno sfottò di tipo calcistico vecchio di secoli.
Slogan di questo tipo esistono da sempre e sono indirizzati verso chiunque, verso qualsiasi abitante della penisola, da San Candido in provincia di Bolzano a Lampedusa.
Per non parlare poi del contesto in cui era collocato: la festa di Pontida, con i sostenitori, tra birra, vino e salamelle.
Una riflessione intelligente che termina cosi:
Finché i mass media tradizionali, i nuovi media e, in particolare modo, la blogosfera continueranno ad avere questo atteggiamento di snobismo e sufficienza nel rapportarsi con “l’oggetto Lega”, l’onda verde sarà inevitabile.
Invece, se avversari e alleati si fermassero a riflettere seriamente e ad analizzare la situazione scavalcando pregiudiziali ideologiche e di tifo politico, e, soprattutto, evitando meri attacchi verbali, forse essi potrebbero sperare di avere una chance per risalire la china o, per lo meno, di limitare i danni inferti dal partito di Umberto Bossi.
Se.
A Telesveva, Barletta, il giornalista Roberto Straniero gliela canta chiare al presidente di Bat Francesco Ventola su papi, moralità, famiglia e… andare in giro nudi per la strada.
Beppe Grillo ha sdoganato il Vaffanculo con i suoi VaffaDay. Niente di edificante, di certo non un contributo a sostituire, nel dibattito politico, gli insulti con i contenuti. Ma ormai è fatta, tanto che recentemente anche il “comunista gentile” Niki Vendola ospite a Ballarò, proprio là ha mandato Gasparri che lo attaccava sulla cosiddetta “questione morale” (Gasparri!).
Berlusconi però ha fatto qualcosa di ancora più grave di Beppe Grillo. Ha sdoganato la figa. Non si risentano le lettrici. Perché qua non ci si riferisce alla maschia sineddoche che, in maniera degradante, sostituisce la parte per il tutto. E non ci si riferisce neanche alla più “naturale” metonimia, ovvero l’utilizzo del termine per indicare, in senso lato, i piaceri del sesso dal punto di vista maschile. No. Berlusconi ha fatto di peggio. Ha sdoganato il termine caricandolo, nella società, del suo peggior contenuto televisivo: così come cosce e tette diventano in TV quarti di bue – come benissimo spiega il documentario Il Corpo delle Donne - per vendere materassi e format domenicali, così adesso anche nella società il modello estetico della donna arrapante diventa esca patinata, specchio per allodole, vetrina luminosa per vendere qualsiasi cosa. Per vendere la politica, naturalmente, con letteronze che diventano europarlamentari e ministre per meriti estetici. Ma non solo.
Anche la gloriosa università di Bologna, infatti, l’Alma Mater della città modello in Italia per protagonismo femminile, si fa pubblicità adesso con quattro modelle in tuta attillata. Il messaggio visivo è chiarissimo: iscriviti, la nostra università è fantastica come queste quattro modelle. Si usano dei corpi per vendere cultura. Qualcosa di inaccettabile. Davanti alla quale le donne italiane, e ancora di più le bolognesi, non possono rispondere con il silenzio.
Berlusconi aveva detto a giovani imprenditori: “non date pubblicità ai media catastrofisti”. Naturalmente si riferiva in primo luogo al quotidiano Repubblica, che per questo attacco ha anche querelato il premier.
In solidarietà a Repubblica è scesa in campo anche la rete. Su Facebook è nato un gruppo “una pagina di pubblicità per Repubblica” che ha lanciato una raccolta di fondi per comprare una pagina di pubblicità sul quotidiano. Detto fatto. I soldi sono stati raccolti e (forse con un po’ sconto) domani uscirà su Repubblica un appello ai leader del G8 per chiedere loro “di non lasciarci soli”.
L’idea, non c’è dubbio, è carina. Anche se ci sarebbe da chiedersi quanto è utile questo parlarsi addosso. Forse meno di quei bei volantinaggi di una volta.
[Un ennesimo caso di disinformazione de Il Giornale, quotidiano della famiglia Berlusconi. Viene denunciato tale Usama, scovato su Internet, che sarebbe a capo di una cellula di Al Qaida pronta ad omicidi e atti terroristici. Ma indagando in rete si scopre che Usama ha un account su Facebook e che nel suo sito cita a piene mani la Costituzione Italiana. Una disamina dell’articolo di Maria Giovanna Maglie apparso domenica 5 luglio su Il Giornale].
Il titolo è di quelli clamorosi: «Ecco la rete nascosta di Al Qaida in Italia». Questo il titolo di apertura con cui domenica il Giornale lancia in prima pagina un “inchiesta”, se così potessimo chiamarla, di Maria Giovanna Maglie, firma di punta della testata e madrina di numerose campagne stampa dai toni fortemente indignati.
Questo l’attacco dell’articolo su “Il Giornale”: «Abbiamo scovato e denunciato una bella cellula di Al Qaida in Italia, tra un blog, un forum e un video di Youtube». Una cellula che «in Italia indica i nemici da eliminare in personaggi coraggiosi come Magdi Cristiano Allam, Souad Sbai, l’avvocato Loredana Gemelli, costringendoli a vivere nella paura, e non tutti adeguatamente protetti dal nostro Stato». Non solo. Questa cellula minaccerebbe anche « i giornalisti che, come chi scrive, continuano a occuparsi di fondamentalismo islamico in Europa».
Le parole della Maglie sono pesanti come piombo. Parla di “una cellula di Al Qaida” che ha nel mirino “nemici da eliminare” e giornalisti “costretti a vivere nella paura”. Uno scoop, che se fosse vero, porterebbe alla luce una realtà eversiva pericolosissima (anche se è strano che questa mattina il pezzo sia scomparso dal sito de “Il giornale” e online si trovi solo sui siti che l’hanno ripubblicato).
Continua l’articolo: «Quello di cui vi parliamo è un sito, un’attività eversiva e subdolamente dedita al plagio […]. Il capo si fa chiamare Usama , è probabilmente italiano, sicuramente laureato in Diritto, e studioso della sharia. […]. Si attribuisce doti da poeta e scrive inni alla guerra santa».
Un capo pericoloso, secondo il l Giornale. C’è da chiedersi come la redazione abbia messo a segno questo scoop. Fonti dei servizi segreti o dell’Interno? Giornalismo investigativo? Non proprio: si tratta più precisamente, come scrive ancora MGM di «un blog italiano, http://unpoliticallycorrect.ilcannocchiale.it», un blog, gestito da una giornalista, che ha beccato Usama e lo ha segnalato «a chi frequenta senza timore la minaccia jihadista e cerca le cellule nascoste di Al Qaida in Italia» (insomma, alla Maglie stessa).
Ebbene, il post del blog citato dalla Maglie è questo.
Come si può vedere nel post ci sono solo cinque foto e un link all’account Youtube del già citato Usama. Le ultime due foto sono due fotogrammi presi da alcuni video realizzati da Usama stesso (spiegheremo tra breve) mentre le prime tre sono altre foto pubblicate dalla blogger: una foto di Al Zarqawi, una di Bin Laden, e una con un mitragliatore. Queste ultime tre foto, però, niente hanno a che vedere con quanto pubblicato su Internet da Usama. Ho chiesto spiegazioni alla blogger via mail. Le ho chiesto se solo le ultime due foto sono prese dai video di Usama. Lei mi conferma: “Sì, le ultime due. Gli altri video appartengono ad un italiano convertito all’islam. Ad ogni modo, si linkano a vicenda”. L’italiano “convertito” – si fa chiamare Italian muslim - che su Youtube segnala (e non pubblica) nei suo “preferiti” alcuni video sicuramente preoccupatiti (Bin Laden, ecc) è questo. Ma di link tra questo e Usama non ne abbiamo trovati. E nell’articolo della Maglie di Italian Muslim non c’è traccia: si parla solo di Usama, il “capo della cellula di Al Qaida”.
«Attenzione, non c’è in quello che scrivo nessuna esagerazione, nessuna enfasi inappropriata» scrive però la Maglie. Allora continuiamo a verificare.
L’articolo prosegue: «Sono questi i personaggi e i siti che incoraggiano omicidi e indicano i nemici da eliminare, che da mesi seguono in tutti i suoi spostamenti Loredana Gemelli, l’avvocato che ha difeso la memoria di Hina Salem, pakistana trucidata dal padre e dai parenti perché voleva vivere da italiana, che ora difende la parlamentare Sbai, vincendo, contro chi le ha lanciato la minaccia di fatwa, che equivale a istigazione a uccidere, e che ora assisterà anche me». Se non proprio enfasi, qua si deve senz’altro trattare di un’opinione di Maria Giovanna Maglie: Loredana Gemelli nel sito e nei video di Usama, non viene neanche nominata. Come un’opinione della Maglie, evidentemente, deve essere anche questa: «Sono questi i personaggi che hanno costruito l’assassinio in Olanda di Theo van Gogh, che hanno costretto all’esilio la deputata olandese Ayaan Hirsi Ali, che tengono segregate l’85 per cento del mezzo milione di donne musulmane emigrate in Italia, che spacciano il burqa per difesa della tradizione, che praticano la poligamia e fondano moschee illegali gestite da imam illegali». Anche cosa c’entri tutto ciò con il già citato Usama è un mistero.
Poi, la Maglie, finalmente, passa alle fonti dirette: «Le informazioni su Usama le potete trovare a questi indirizzi: http://usama-el-santawy.spaces.live.com/default.aspx?sa=194672092». Il link è un sito Live Spaces (una specie di Facebook) di un vero terrorista, uno che, come ci ha detto la Maglie, «scrive inni alla guerra santa» e «indica i nemici da eliminare». Nel sito, però, non riusciamo a trovare nessuna minaccia di morte, o inviti a violenza e terrorismo. Ci sono soltanto alcuni versi del Corano, alcuni video (quelli da cui sono stati tratti i fotogrammi) e dichiarazioni varie sull’Islam. Poi, navigando con attenzione è facile anche scovare un particolare che avrebbe davvero dell’incredibile se fosse vera la realtà descritta dalla Maglie. Nella pagina Live Space di Usama, c’è un bottone: “Usama non è incluso/a nella tua rete di amici. Aggiungi Usama come amico”. Allora, per curiosità, verifichiamo anche su Facebook. Sorpresa: lo troviamo anche là. Un terrorista pericolosissimo con il suo nome su Facebook: gia che c’erano quelli de Il Giornale avrebbero potuto chiedergli l’amicizia sul social network e fare un’intervista sensazionale direttamente in chat.
Ma l’articolo candidato al premio Pulizer di Maria Giovanna non finisce qua: «Il video – aggiunge la signora - di istigazione all’azione è http://www.youtube.com/watch?v=bMo-yaUxJUM». Il video che pubblichiamo di seguito. Che cita la Costituzione Italia. Non intendiamo commentare: ognuno può guardarlo e farsi l’idea che vuole.
Infine,l’ultimo affondo di M.G.M. Sempre parlando di Usama ci fa sapere che «Il suo Forum è http://www.lunacrescente.forumer.it/search.php?search_author=Usama
Andate a guardare» scrive sempre la Maglie. E Aggiunge «Cito dal dibattito sul forum: “Cos’è la Costituzione italiana per il musulmano? Nei Paesi a maggioranza di musulmani, è lecito anzi è obbligatorio chiedere e cercare di applicare le leggi di Allah trasmessi nel Corano e la sunna, ma in un paese come l’Italia è chiaro che questa cosa non può essere realizzata e quindi è implicito che bisogna rispettare le leggi e la Costituzione italiana. Fatta questa breve premessa, credo che la Costituzione italiana sia un mezzo temporaneo che deve essere sfruttato al meglio per far valere i nostri diritti da musulmani, in quanto è la stessa Costituzione che garantisce ciò, in più articoli».
Queste, secondo la Maglie, le pericolose minacce di Usama sul suo forum “Mussulmani e diritti”: scrivere che il Corano invita implicitamente a rispettare la Costituzione italiana, e che i mussulmani devo usare la Costituzione per far valere i proprio diritti. Questa sarebbe la “cellula di Al Qaida” di Maria Giovanna Maglie.
E nel forum, basta navigare un po’, c’è anche altro. Un utente pubblica la legge italiana contro le discrimianazioni razziali, la 205/93. E Usama commenta: «con questa legge, rispondiamo ai vari Gentilini, Borghezio, Calderoli e chiunque istighi all’odio e alla violenza». A corredo del suo commento Usama aggiunge anche un link al video di un comizio di Borghezio, un video dove l’esponente leghista così esordisce: non li vogliamo “noi gli spacciatori, noi le merde extracomunitarie e clandestine noi gli islamici che rompono il cazzo nelle scuole e vorrebbero privarci nei nostri simboli”.
E c’è dell’altro ancora nel forum di Usama. Un concorso di temi sul “concetto di libertà” in ricorrenza “del 60esimo anniversario della Costituzione Italiana”. E un dibattito sulla parrocchia di Treviso che ha messo a disposizione i suoi locali per la preghiera islamica: «iniziativa questa, molto importante e rallegrante, - scrive l’utente “muna” - è bello cmq sapere che l’idea e la voglia di integrazione in generale e quella religiosa in particolare sia anche pensata e voluta dal popolo che ci ospita». Frasi, effettivamente, che fanno tremare le vene i polsi (nello stesso post gli iscritti al forum si chiedono “come far sentire il nostro appoggio e la nostra benevolenza” al prete che ha aperto la sua chiesa e si organizzano per trovare un indirizzo email a cui mandare i loro ringraziamenti).
Alla fine del suo “scoop” la Maglie torna alla sua fonte primaria, il blog già citato, e si sofferma sulle tre fotografie linkate inopinatamente dalla blogger all’account di Usama. Così descrive le foto la Maglie: «si comincia da un’immagine di Al Zawahiri che inneggia alla Guerra Santa contro i cristiani, si scende e arriva a Bin Laden, capo indiscusso di Al Qaida e finanziatore del jihad fondamentalista, poi ancora giù e compare una mitraglietta con tanto di spiegazione sul modello, sulle caratteristiche. Sembra un invito all’acquisto, un modo per dire: “Comprate che ve ne saremo grati”». Quelle foto sono senz’altro inquietanti. Ma ribadiamo che provengono da video segnalati dall’utente di Youtube Italian Muslim che non è per citato nell’articolo della Maglie e che ancora non abbiamo capito cosa c’entri col “pericolosissimo” Usama, quello che secondo il Giornale sarebbe “il capo di una cellula di Al Qaida”.
L’articolo, per fortuna, è quasi finito. Si chiude così: «Ancora più in basso ed ecco l’ultima immagine. È una foto di Souad Sbai, ha gli occhi coperti e una scritta sulla pancia: “È una musulmana nemica di tutti i musulmani”. Ha tutta l’aria di essere la foto di un obiettivo».
L’immagine in questione è presa dal video di Usama che abbiamo pubblicato qua sopra. Onestamente non si capisce come si possa dire, se non il malafede, che in questo video ci siano minacce, violenze, armi e terroristi: al massimo c’è un mussulmano che si chiede se alcuni due altri mussulmani (o ex) possano rappresentare la sua comunità. Ci sono delle opinioni, insomma, che naturalmente possono non piacere, ma che risultano del tutto legittime, in Italia, tranne che non si voglia vietare la libertà d’espressione a chiunque si professi mussulmano.
Questo era dunque lo scoop del Giornale: di fatto, una bufala!
Ora, questo mio blog non è interessato in alcun modo a difendere questa o quella religione, questo o quel militante religioso. E naturalmente questo blog ha sempre condannato qualsiasi forma di terrorismo, di violenza e d’integralismo religioso, da sempre nemico dei diritti e della pace. A scanso di equivoci aggiungiamo inoltre che se dovessero risultare dei comportamenti illegali delle persone citate dal Giornale sarò il primo a dare il mio appoggio alla magistratura (ma ci terrà aggiornati “Il Giornale” su ulteriori sviluppi giudiziari?).
Lo scopo di questo post è un altro. Qua si intende difendere un principio, che è quello dell’informazione. Informazione che dovrebbe essere corretta, documentata e verificata. E che invece chiaramente, nel pezzo di Maria Giovanna Maglie, come spesso capita sul Giornale, viene manipolata per diffondere paura e intolleranza per fini politici. Informazione manipolata che poi puntualmente viene ripresa dai (molti) telegiornali amici e dal ceto politico di riferimento. Un’informazione manipolata che diventa disinformazione. E che non si tira indietro davanti a niente, neanche davanti alla memoria di Hina Salemm, una ragazza che tutti piangiamo e che non è certo simbolo di chi è accecato dall’odio contro i mussulmani, ma patrimonio di tutti gli italiani che hanno a cuore l’integrazione e il rispetto dell’altro.
(per Dnews 3-7)
Ci sono vari modi per avere successo in Italia. Dimenticate le nottate a spaccarsi la schiena sui libri, dimenticate l’impegno quotidiano per fare bene il proprio lavoro: chi si rassegna a seguire questi metodi antiquati rischia di ritrovarsi come Rita Clementi, la ricercatrice che ha scoperto l’origine di alcuni tumori e che ora, ancora precaria a 47 anni, ha scritto al Presidente della Repubblica: “Caro Napolitano, la saluto e con lei dò l’addio all’Italia”.
Pazza Rita, che pensava che decenni di studi brillanti fossero sufficienti per fare carriera. Adesso le strade per il successo sono altre, come ci insegna l’ex tronista dal “bel faccino” Domenico Cozzolino. Cozzolino è il ragazzone noto per la sua storia d’amore con Noemi Letizia, la diciottenne di Portici che chiama “papi” Silvio Berlusconi.
Noemi aveva dichiarato ai giornali: “A Domenico ho dato il primo bacio, con lui spero che succeda la fatidica prima volta”. Ora, a due mesi di distanza, Domenico smentisce tutto: “E’ stata Noemi – dice - a chiedermi di mettere in scena questo finto rapporto”. Certo, lui si era prestato senza problemi a questa truffa mediatica. Come ha spiegato la sua vera fidanzata, una modella russa: “La sua storia con Noemi è forzata, fa parte del suo lavoro perchè lui ha bisogno di pubblicità e si fa vedere accanto a lei per la sua carriera”. Ecco appunto. Bravo Domenico: così si fa carriera, con le truffe. Qua Italia: tronista batte ricercatrice 3 a 0.
Incidente a Viareggio. Dovremmo dire “che ferrovie di merda che abbiamo” o che “paese di merda che siamo”? Se lo chiede Zucconi sul suo blog. Lasciando la domanda aperta.
Effettivamente responsabilità singole e generali andrebbero sempre distinte. Ma responsabilità, sia singole che generali, nel paese che combatte la mobilità sociale, non contano molto. Non conta fare il bene il proprio lavoro. Non conta farlo male. Conta stare nel giro. E se sei nel giro le responsabilità puoi fare benissimo a meno di prendertele: a casa non ci andrai mai.
Perciò la prima cosa che ti viene in mente, quando succede qualche disastro, è la merda: “che sistema di merda che abbiamo, nel nostro paese”.
Anna Finocchiario definisce il pacchetto sicurezza approvato dal governo “un pugno sbattuto sul tavolo senza efficiacia per la sicurezza dei cittadini”. Magari fosse così. Un pugno sbattuto sul tavolo non fa male a nessuno. Mentre il Pacchetto sicurezza vuole fare male. E ci riuscirà benissimo. “Non è sicurezza ma crudeltà” dice molto meglio Don Ciotti.
Qualcuno un giorno dovrà spiegare perchè Luca Telese non è diventato vicedirettore de L’Unità.
Racconta Pippo Civati sul suo blog di un suo amico al telefono alle prese con una frittura. Lui gli racconta degli scenari per il congresso PD e quello gli risponde “Ti chiamo dopo sta arrivando la frittura”. Mi sembra una risposta geniale. Da mettere in repertorio.
Debora Serracchiani sta con Franceschini “perché è il più simpatico”. Non si candida alla segreteria quindi la campionessa di preferenze del PD che ha superato anche papi Silvio nel suo NordEst.
Molti, soprattutto i famosi under 40 democratici, contavano proprio su di lei per una candidatura che sparigliasse la solita guerra Veltroni/D’Alema (questa volta nella versione Franceschini/Bersani). Debora invece fa un passo indietro e prende posizione nella solita guerra dei post-PCI/DC in cui idee e i programmi fanno spesso da comprimari allo scontro tra fazioni.
Debora era simbolo di rinnovamento. Anche perché non veniva da ingombranti storie di partito bensì dal mondo “normale” delle professioni –fino a qualche mese fa era solo un avvocato.
La sua storia in politica si riassume velocemente. Militante locale, si fece notare a marzo in una ormai famosa riunione dei Circoli Democratici a Roma. Nel suo un intervento – che tra l’altro guardava soprattutto all’ombellico del partito democratico - con un sorriso timido criticò duramente Franceschini. Poi Franceschini le propose di candidarsi e lei, simbolo di una nuova generazione, fece il pieno di voti. Oggi quelle critiche al segretario lasciano il tempo che trovano: c’è tanta simpatia in giro e poi ci vuole poco a diventare establishment.
C’è da ricordare, infine, cosa disse Debora nel famoso intervento all’incontro dei circoli democratici a Roma? Laicità laicità laicità: le sue parole sono ancora molto gettonate su Youtube. Ora però si troverà affianco Paola Binetti nella battaglia di tessere per Dario segretario.
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