Qui si racconta di blogger, cantautori web, redazioni facebook utogestite, mamme digitali e grafici virali. Ecco perchè la rete è il luogo della democrazia.
Ladies and gentlemen, vi presento il mio nuovo libro, uscito per Aliberti giovedì 4 marzo. Sono molto fiero di questo lavoro: è una ricostruzione di come è nato il No B. Day ma anche un racconto sulla rete, su come questa si organizzi e sulle possibilità di proposta e partecipazione che può generare.
La prefazione è di Marco Travaglio. Scrive tra l’altro Marco:
Il popolo del No B. Day rappresenta un altro mondo rispetto a quello di Berlusconi. Una mondo che parla semplice ma schietto e profondo mentre lui parla semplicistico ma bugiardo e vuoto. Un mondo che non conosce ideologie mentre lui riesuma continuamente il fossile dell’anticomunismo. Un mondo che reclama valori mentre lui non vede al di là delle sua bottega.
Una lunga a appassionata presentazione, invece, è scritta da Luca Telese. Scrive tra l’altro Luca:
Qui dentro - se vi farete conquistare dal ritmo dell’avventura impossibile che pulsa in ogni pagina - scoprirete qualcosa di avvincente, di nuovo, e persino di terribilmente utile. Troverete tracce di vita, emozioni, personaggi in carne e ossa piccoli e grandi. (…) Leggete questo libro, divertitevi e soprattutto imparate. E diventate viola. Non perchè vi metterete una patacchina o un foulard, ma perchè diventerete dei potenziali, moderni cospiratori, dei neo-idealisti che si iscrivono al partito che non se la beve.
Finora hanno parlato di Viola
Il Fatto Quotidiano:
Dalla Rete alla piazza, 27 febbraio pag 12-13
Dove non era arrivato nessun governo del mondo, è arrivato Google: il motore di ricerca ha deciso che non oscurerà più le informazioni sul suo sito cinese, anche se ciò dovesse significare la chiusura delle sue attività in Cina (che contano su 700 dipendenti). Google è in Cina dal 2006. Nonostante critiche da tutto il mondo, il motore di ricerca che ha come slogan “Don’t be evil”, non essere cattivo, strinse un accordo con il regime cinese per filtrare i risultati delle ricerche omettendo una lunga lista di parole ritenute “sensibili”.
In Cina la censura è strettissima, dissidenti e intellettuali che diffondono appelli pro-democrazia sul web, sono a marcire in carcere. Cercando su Google piazza Tiananmen, teatro nel 1989 del massacro di studenti che chiedevano riforme, fino a due giorni fa si trovavano solo link alle bellezze architettoniche della piazza di Pechino. Nel 2006 Google si giustificò: “Crediamo che i benefici di un maggiore accesso di informazioni in Cina, superano i nostri disagi ad adeguarci alla censura”.
Martedì notte la svolta. Il cambio di passo di Google è arrivato da numerosi attacchi informatici provenienti dalla Cina: “Uno degli obiettivi primari degli hackers era di accedere agli account di posta Gmail degli attivisti cinesi per i diritti umani”, ha scritto Google sul suo blog. “Non abbiamo intenzione di continuare a censurare i risultati delle nostre ricerche” hanno aggiunto da Big G. Sulla carta il motore di ricerca mira a rinegoziare i termini della censura, ma in realtà il governo cinese si è sempre tenuta stretto la prerogativa di decidere a quali informazioni possono accedere i cittadini: “La strada sarà sempre più stretta per Google in Cina”, ha commentato Hu Yanpin, direttore del Datacentre of China Internet. Ma Google va avanti: ha definito “irrilevante” dal punto di vista finanziario la sua uscita dal mercato cinese.
Barack Obama, presidente anche grazie al web, ha confermato ieri il proprio appoggio a Google: il suo portavoce ha dichiarato che “questa amministrazione è convinti sostenitrice della libertà per Internet”.
La prima guerra tra un motore di ricerca e il governo cinese si inserisce in un quadro complesso. Tra Cina e Stati Uniti sono recenti le frizioni sull’accordo contro il riscaldamento globale, così come differenti sono le opinioni sui programmi nucleari di Iran e Corea del Nord. Ma la Cina, con un trilione di dollari investito in titoli del tesoro americani, ha in mano un potere strategico sulla tenuta dell’economia statunitense.
Secondo la rivista Wired Usa sono almeno trenta le aziende americane vittime di attacchi informatici in questi giorni.
La presa di posizione di Google, vista positivamente dal tutta la web-sfera mondiale, ha come effetto non secondario quello di rilanciare l’immagine del motore di ricerca. E questo all’indomani dell’uscita di Nexus-one, il primo telefonino marchiato Google che si candidava a diventare l’anti iPhone ma accolto piuttosto freddamente dal mercato.
Il Partito democratico ha una pagina ufficiale Facebook. Dopo i fatti di Rosarno, e dopo aver scoperto (sul Fatto lo abbiamo scritto dieci giorni fa) che è stato lanciato su Facebook uno sciopero nazionale dei migranti, il Pd chiede ai suoi cosa ne pensano. La prima risposta, è dell’infaticabile blogger Fabio Chiusi, che risponde, “Ma non dovreste essere voi a dirci cosa ne pensate”? Anche nelle piccole cose, il Pd si conferma un partito allo sbando, e meno male che Bersani si era candidato contro il partito “liquido” di Veltroni.
A chi chiedere un opinione per la riabilitazione di Craxi a dieci anni dalla morte. Al Corriere della Sera hanno pensato bene di chiederla a Ciriaco De Mita che dice: “Giusto riabilitare Craxi” e alla domanda: “Lei lo avrebbe assolto?” risponde: “L’assoluzione confligerebbe con gli eventi, ma la lettura giustizialista è sbagliata. Se uno sottrae risorse è reato, invece il sistema, se è sistema, non si condanna”.
Magari possono fare un’intervista a Provenzano per chiedergli cosa ne pensa di un eventuale riabilitazione di Riina.
“Se partisse Bonazzoli i tifosi mi metterebbero sulla graticola, se poi aggiungiamo l’ arrivo di un giocatore di colore con questa tifoseria…” questa la dichiarazione del Giambattista Pastorello, presidente del Verona, nel 2001. E sono innumerevoli i casi di razzismo nello stadio di Verona (ma non solo allo stadio: come dimenticare Nicola Tommasoli ucciso a soli 28 anni da alcuni naziskin perchè portava il codino?).
Balotelli fa bene ad incazzarsi e io sto con lui.
E’ una polemica interessante quella nata tra il critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso e il Tg1 di Augusto Minzolini.
Il 29 dicembre, infatti, Grasso dedica la sua quotidiana rubrica sul Corrierone, allo spazio del Tg1 dedicato ai libri. Questo rubrica, in onda la domenica, sotto la direzione Riotta si chiamava Benjamin, un omaggio al filosofo tedesco Walter Benjamin, della famosa scuola di Francoforte tra i primi pensatori ad interrogarsi sul presente da una prospettiva filosofica. Come sa bene ogni studente del Dams Benjamin è stato autore di un’opera fondamentale per ogni studio sulla comunicazione e la contemporaneità: “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” dove si esplora il senso “politico” dell’arte una volta che, con tecniche quali il cinema o la fotografia, l’opera ha perso “l’aura” che la caratterizzava la sua autenticità e unicità.
Sembrano riflessioni legnose, interessanti giusto per qualche dottorando in filosofia. In realtà, sono pilastri per chi, dagli schermi della televisione nazionale, si rivolge a milioni di telespettatori.
Ebbene, il nuovo corso di Minzolini a Saxa Rubra, nella sua furia sterminatrice non ha risparmiato il nome dello spazio dedicato ai libri: l’appuntamento viene confermata ma il nuovo nome è “Billy”. È così, arriva la riflessione nella quale Grasso si chiede il perchè di questo nuovo nome. Il critico si lancia in ipotesi sperticate: “Billy è il nome del cane di Minzolini e il richiamo avrebbe una vago senso spregiativo nei confronti della precedente rubrica” scrive. Oppure “Qualcuno avanza l’ipotesi che Billy sia Billy More, nota drag queen scomparsa nel 2005. Altri fanno i nomi di Billy Idol, cantante britannico, all’anagrafe William Michael Albert Broad”.
Naturalmente, il giorno stesso della pubblicazione del suo articolo, Grasso viene tempestato di telefonate, sms, mail, commenti sul forum che tiene sul Corriere: possibile che non hai capito, dicono, che è la libreria dell’Ikea? (ammetto che anch’io ero tentato di scrivergli). Il giorno dopo, allora, torna sull’argomento: “Certo, era la prima cosa che avevo pensato, ma mi era parsa troppo scontata, troppo banale. Così mi sono lasciato andare a supposizioni fantasiose, al puro divertissement”.
Ammessa l’ingenuità (anche se il suo più grosso errore è quello di sopravvalutare i suoi interlocutori nel Tg1) Grasso tira le sue conclusioni: “L’aspetto più interessante di questo cambio di nome è il corredo culturale che ne consegue. «Benjamin» si riferiva al contenuto (uno scrittore importante come simbolo di tutti gli scrittori importanti), «Billy» si riferisce al contenitore, allo scaffale, alla libreria. E infatti prima si parlava «seriamente» di libri, adesso si fanno solo segnalazioni, di gusto, per così dire, low cost. Una rivoluzione culturale di non poco conto”.
Ma, qua il colpo di scena: il Tg1 non ci sta. Manco dovesse nascondere le notizie sulle prostitute a palazzo Grazioli, nella successiva puntata di Billy, il conduttore Marco Frittella, quello dei famosi “pastoni” da Montecitorio, si lancia in un’intemerata contro il critico del Corriere: “Billy è uno scaffale conosciuto da tutti, non un filosofo noto solo a pochi, e sono scelte diverse. Su quello scaffale ognuno mette i libri che vuole. Noi che non siamo la fiera letteraria ma ci rivolgiamo a milioni di telespettatori, diamo qualche informazione utile, anche qualche valutazione. Consapevoli, caro critico, che la diffusione popolare della lettura è un fatto democratico, lo snobismo serve solo a qualche nascondimento solipsistico. Per noi la scelta della divulgazione è obbligatoria, e se poi a qualche parruccone non piace, pazienza”.
A questo punto Grasso risponde a Fritella da Corriere.tv: è sconsolato, e la butta sull’ironico (alquanto sbigottito però): “Non c’è il rischio di pubblicità occulta?” si chiede.
Per chi ha tempo da perdere (e se siete arrivati fino a qua l’avete di sicuro), vale la pena però tornare sulla riflessione riguardo al cambio di nome fatta da Grasso, e inquadrarla in una prospettiva giornalistica.
Un “chi ce l’ha più lungo culturale”, naturalmente, non interessa e non serve a nessuno. E però il Tg1, checchè voglia farcelo dimenticare ogni giorno, è ancora una testata giornalistica. Ora, si può dire quello che si vuole, si può citare “la diffusione popolare della lettura”, ma non si fa altro che sfuggire alla sola cosa che importa: compito dell’informazione dovrebbe essere quello di individuare le notizie che riguardano il pubblico, lo interessano, è proprio in rispetto del pulpito che è concesso (sia esso una diretta televisiva o un riquadro su un giornale), informare in modo preparato e chiaro.
Se una rubrica di libri è inserita in un contenitore giornalistico (ancor più del servizio pubblico) compito di quella rubrica dovrebbe essere quello di informare sui libri che vale la pena segnalare, rispetto al dibattito culturale ed editoriale in corso, rispetto alle idee che si muovo nella società. Per questo è convincente Grasso quanto dice che Benjamin era un nome adatto. Se si pensa, invece, che davvero un rubrica sia neanche una libreria, ma uno scaffale, sul quale può entrare tutto, dalle previsioni dell’oroscopo, alla marchetta per il collega, ecco che il nome più adatto è sicuramente quello del contenitore: Billy appunto.
Il Tg1, forse per l’eccessiva raffinatezza di questo ragionamento, ha risposto con parole forti: Minzolini, come sempre fa, si appella al solito luogo comune: “lo snobismo” dei colti (manca solo “di sinistra”) che non capiscono le masse; ovvero il “farsi le pippe” reso però in una delle espressioni (“nascondimento solipsistico”) più snob sentite negli ultimi dieci anni.
Eppure è politica e non giornalistica quest’idea che l’informazione “popolare” debba rifuggere da ogni tipo di cultura. È politica in quanto è il cavallo di Troia di una cultura stra-paesana che vuole appiattire ogni differenza, ogni complessità, eludendola nel pretesto della massa (non è il senso profondo del berlusconismo questo?). Ma il giornalismo è altro. Il buon giornalismo, soprattutto, è spiegare questioni complesse e sfumature ad un pubblico variegato e popolare. Al Tg1, forse, informare interessa poco. Ma non pensino che la gente è stupida: è chiaro a tutti, anche alla massa che tanto blandiscono, che il telegiornale della prima rete, al pari della libreria Ikea, non è una fonte autorevole di informazioni, ma solo un contenitore di notizie. E un contenitore, al massimo, può essere utile per fare propaganda.
Ps: Scusate per questo lungo nascondimento solipsistico.
Quanti amici avete? Come si fa ad averne di più? Come si personalizza un profilo? Sembravano domande senza tempo. Ma ora questo video spiega trucchetti vari per usare Facebook al massimo. Anche per farsi fare un caffè.